Pontida si ferma, si stringe e si divide. Nel cuore della roccaforte leghista, tra le colline bergamasche che per decenni hanno fatto da teatro ai raduni del Carroccio, centinaia di militanti si sono raccolti per l’ultimo saluto a Umberto Bossi, scomparso il 19 marzo all’età di 84 anni. Ma accanto alla commozione, affiora anche una tensione politica che attraversa il movimento ereditato dal Senatùr.
Le esequie si sono svolte nell’abbazia di San Giacomo, luogo altamente simbolico per la storia leghista. Qui, dove per anni si è celebrato il rito identitario della Lega delle origini, il feretro è stato accolto da un lungo applauso e da cori scanditi con forza: “Bossi, Bossi”, “Viva Bossi”, ma anche “Padania libera” e “Libertà”. Sulla bara, oltre ai fiori, la bandiera con il Sole delle Alpi, emblema di una stagione politica che ha segnato profondamente il Nord Italia.
Il paese si è trasformato in una cittadella blindata: accessi controllati, transenne e un sistema di sicurezza che ha delimitato l’area dell’abbazia. All’interno della chiesa, circa 400 posti riservati a familiari e autorità; all’esterno, la base storica del movimento ha seguito la cerimonia attraverso maxischermi, tra fazzoletti verdi e vessilli identitari. Un colpo d’occhio che restituisce l’immagine di una comunità ancora legata alle proprie radici.
All’ingresso del paese, su un cavalcavia, uno striscione riassume il senso della giornata: “Una vita senza libertà non è vita. W Bossi”. Parole che evocano l’anima originaria del progetto politico bossiano, fondato nel 1984 e costruito su un’idea di autonomia territoriale che oggi appare, per molti, sbiadita.
Tra i primi ad arrivare, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, volto storico e pragmatico della Lega di governo. Presente anche Mario Borghezio, con l’immancabile fazzoletto verde al collo: “Oggi la mia dichiarazione è solo con Bossi”, ha detto, scegliendo il silenzio politico per lasciare spazio al ricordo.
Ma la giornata, segnata da una forte carica emotiva, non è stata priva di frizioni. L’arrivo di Matteo Salvini, in camicia verde come omaggio simbolico al passato del partito, è stato accompagnato da contestazioni da parte di alcuni militanti. Dalla folla si sono levate voci critiche, fino al grido esplicito: “Mollala”. Un segnale evidente di una frattura mai del tutto ricomposta tra la Lega delle origini e quella attuale, trasformata negli anni sotto la guida salviniana.
Pontida, dunque, non è stata solo il teatro dell’addio al suo fondatore, ma anche lo specchio di una identità in evoluzione, sospesa tra nostalgia e ridefinizione. Nel giorno in cui il popolo leghista saluta il suo leader storico, riaffiora con forza la domanda sul futuro: quale Lega sopravviverà al Senatùr?
