Una mossa calibrata, limitata nel tempo ma destinata a produrre effetti immediati sui mercati energetici globali. Gli Stati Uniti autorizzano la vendita del petrolio iraniano già in navigazione, sbloccando circa 140 milioni di barili finora congelati dalle sanzioni. L’obiettivo dichiarato è duplice: aumentare rapidamente l’offerta e contenere le tensioni sui prezzi internazionali.
A chiarire i contorni dell’operazione è stato il segretario al Tesoro Scott Bessent, che in un lungo intervento pubblico ha parlato di una misura “mirata, circoscritta e di breve durata”. L’autorizzazione, infatti, riguarda esclusivamente il greggio già in transito e non apre ad alcuna nuova produzione o acquisto. La finestra temporale è definita: un mese, fino al 19 aprile.
Secondo Washington, il petrolio iraniano sottoposto a sanzioni finisce oggi prevalentemente nei depositi cinesi, venduto a prezzi fortemente scontati. Immettendolo temporaneamente sul mercato globale, gli Stati Uniti puntano a riequilibrare la disponibilità energetica, sfruttando paradossalmente proprio le risorse di Teheran per contenere l’impatto delle sue stesse mosse geopolitiche.
Teheran alza il tono: “Nessun cessate il fuoco”
Sul piano politico e militare, tuttavia, la tensione resta altissima. L’Iran respinge con decisione qualsiasi ipotesi di tregua temporanea. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi parla senza ambiguità: “Non accettiamo un cessate il fuoco. La guerra deve concludersi in modo completo e permanente”.
Teheran rivendica la propria posizione difensiva, definendo il conflitto “imposto” e accusando apertamente Stati Uniti e Israele di aggressione. La linea è chiara: nessuna sospensione delle ostilità senza garanzie strutturali e senza un risarcimento per i danni subiti.
Allo stesso tempo, l’Iran lascia aperto uno spiraglio diplomatico, accogliendo iniziative di mediazione internazionale. Ma, secondo Araghchi, Washington non sarebbe al momento disposta a fermare l’escalation.
Hormuz, snodo strategico sotto pressione
Uno dei nodi più delicati resta lo Stretto di Hormuz, arteria cruciale per il traffico energetico mondiale. Teheran nega di averlo chiuso, ma introduce una distinzione netta: passaggio consentito ai Paesi “non ostili”, interdizione per quelli considerati nemici.
In questo contesto si inserisce il dialogo con il Giappone, fortemente dipendente dal petrolio mediorientale. L’Iran si dice pronto a garantire un transito sicuro alle navi giapponesi, a patto di un coordinamento diretto. Tokyo, però, resta prudente: anche in caso di passaggio garantito, il rischio di un’impennata dei prezzi energetici rimane concreto.
Minacce nel Golfo: nel mirino gli Emirati
La crisi si estende anche al Golfo Persico, dove l’Iran alza ulteriormente i toni nei confronti degli Emirati Arabi Uniti. I militari iraniani hanno avvertito che eventuali attacchi alle isole contese — Abu Musa e le Tunb — provocherebbero una risposta “distruttiva” contro Ras Al Khaimah.
La disputa territoriale sulle isole, mai sopita, torna così a intrecciarsi con l’attuale escalation regionale, aumentando il rischio di un allargamento del conflitto.
Mosca si schiera: “Amici leali di Teheran”
Nel pieno della crisi, arriva anche il segnale politico della Russia. Il presidente Vladimir Putin ha ribadito il sostegno a Teheran, definendo Mosca “un partner affidabile” e un “amico leale”. Il messaggio, inviato in occasione del Nowruz, rafforza l’asse tra i due Paesi in un momento di forte isolamento internazionale per l’Iran.
Nuovo scontro in Libano
Sul fronte militare, si registrano nuovi combattimenti nel sud del Libano. L’esercito israeliano (Idf) ha riferito di un’operazione terrestre contro Hezbollah, conclusa con l’uccisione di quattro combattenti. Secondo la ricostruzione, uno scontro diretto è stato seguito da raid aerei e colpi di carro armato contro postazioni ostili.
Parallelamente, l’aviazione israeliana ha colpito obiettivi del gruppo sciita anche a Beirut, sulla base di informazioni di intelligence.
Un equilibrio sempre più fragile
L’intreccio tra energia, diplomazia e conflitto militare delinea uno scenario estremamente instabile. La decisione americana di immettere petrolio iraniano sul mercato rappresenta un tentativo di raffreddare almeno il fronte economico. Ma sul piano geopolitico, la distanza tra le parti resta ampia.
Con Hormuz sotto pressione, il Golfo in fibrillazione e nuovi scontri ai confini di Israele, il rischio è che le misure tampone sui mercati non bastino a contenere una crisi sempre più sistemica.
