Non si placa la bufera politica attorno al caso Delmastro, che continua a scuotere il confronto tra maggioranza e opposizione. Il Partito democratico alza il livello dello scontro e punta direttamente su Palazzo Chigi, accusando la presidente del Consiglio di eludere questioni ritenute “inquietanti” e politicamente rilevanti.
A guidare l’affondo è Peppe Provenzano, che mette in discussione la linea difensiva adottata da Giorgia Meloni. Il nodo è la vicenda che coinvolge il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, finito al centro delle polemiche per i suoi rapporti con ambienti controversi della Capitale. Secondo l’esponente dem, la premier non avrebbe fornito risposte adeguate su una serie di elementi che chiamano in causa non solo il singolo caso, ma l’intero gruppo dirigente di Fratelli d’Italia.
Provenzano insiste su un punto politico preciso: la permanenza di Delmastro in un ruolo delicato come quello con delega all’amministrazione penitenziaria sarebbe incompatibile anche solo con il dubbio di comportamenti imprudenti. La definizione di “poca accortezza”, utilizzata dalla presidente del Consiglio, viene letta come una sottovalutazione della gravità della situazione. “Se anche fosse solo imprudenza – è il ragionamento – sarebbe comunque incompatibile con incarichi istituzionali di tale rilievo”.
Sulla stessa linea Debora Serracchiani, che spinge ancora più avanti la richiesta politica: le dimissioni immediate del sottosegretario. La responsabile Giustizia del Pd pone una questione di credibilità e affidabilità istituzionale, sottolineando come chi ricopre un ruolo chiave al Ministero della Giustizia debba garantire piena consapevolezza delle relazioni e delle attività in cui è coinvolto.
Nel mirino finisce anche la difesa reiterata da parte della premier, giudicata incomprensibile e politicamente rischiosa. Serracchiani lega inoltre la vicenda a un quadro più ampio, evocando timori sulla riforma della giustizia: secondo il Pd, il rischio sarebbe quello di un sistema meno autonomo e più esposto all’influenza del potere esecutivo.
Il tema della legalità si intreccia con un’analisi più ampia sul ruolo delle mafie nella società contemporanea. Enza Rando richiama l’attenzione su una trasformazione profonda del fenomeno mafioso: meno visibile nella violenza, ma più radicato nei circuiti economici e sociali, soprattutto nelle aree del Nord.
Per la senatrice dem, la risposta dello Stato non può limitarsi all’inasprimento delle pene. Serve piuttosto una strategia articolata che affianchi repressione e prevenzione, intervenendo sulle fragilità sociali e sui territori più esposti. Strumenti come le interdittive antimafia e il riutilizzo dei beni confiscati vengono indicati come leve fondamentali, insieme a politiche di sostegno per le categorie più vulnerabili.
“La sfida – sottolinea – è arrivare prima delle mafie”, costruendo comunità consapevoli e istituzioni locali capaci di presidiare legalità e sviluppo.
Sul fronte politico-istituzionale, infine, si inserisce il richiamo al referendum sulla giustizia. Sandro Ruotolo invita a votare No, presentando la consultazione come un passaggio decisivo per l’equilibrio democratico del Paese.
Secondo l’eurodeputato, la riforma sulla separazione delle carriere non migliorerebbe l’efficienza del sistema giudiziario, ma rischierebbe di indebolire l’autonomia della magistratura. In gioco, sostiene, non ci sarebbe un tecnicismo, ma il modello stesso di democrazia: da un lato un sistema fondato sui contrappesi, dall’altro una possibile concentrazione del potere.
Il voto del 22 e 23 marzo, conclude Ruotolo, rappresenta dunque una scelta politica netta sul futuro delle istituzioni italiane e sulla tenuta della Costituzione.
