La prospettiva di una de-escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran resta lontana. A dirlo è il presidente americano Donald Trump, che torna a parlare del conflitto mediorientale con toni durissimi, raffreddando le ipotesi di una tregua imminente e rilanciando la pressione su Iran.
«La crisi non è ancora pronta per finire», ha dichiarato il capo della Casa Bianca, pur riconoscendo segnali di disponibilità da parte di Teheran. Secondo Trump, tuttavia, «i termini non sono ancora abbastanza buoni». Un messaggio che suona come un avvertimento: Washington non è disposta a chiudere il dossier senza concessioni significative.
Il presidente americano ha inoltre lasciato intendere che, una volta conclusa la crisi, gli Stati Uniti potrebbero tornare a utilizzare lo strumento delle sanzioni energetiche contro Russia, riaprendo uno dei fronti più delicati dell’equilibrio geopolitico globale.
Il giallo sulla Guida Suprema
Le parole più sorprendenti di Trump riguardano però la leadership iraniana. Il presidente ha sollevato dubbi sulla sorte della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, figura che avrebbe assunto il ruolo dopo la stagione politica del padre Ali Khamenei.
«Mi giunge voce che potrebbe non essere vivo», ha detto Trump, aggiungendo che, se fosse invece ancora in vita, «dovrebbe fare qualcosa di molto intelligente per il suo Paese: arrendersi».
Una dichiarazione che, oltre a gettare ombre sulla stabilità del potere a Teheran, rappresenta uno dei messaggi più diretti e provocatori rivolti finora alla leadership della Repubblica islamica.
Raid israeliani su Iran e Libano
Sul terreno, intanto, l’escalation militare prosegue senza tregua. L’esercito di Israele ha annunciato l’avvio di una nuova ondata di bombardamenti «su larga scala» contro infrastrutture militari iraniane nell’ovest del Paese.
Secondo fonti regionali, operazioni condotte da forze israelo-statunitensi avrebbero colpito e gravemente danneggiato un importante centro di ricerca spaziale a Teheran, struttura dedicata allo sviluppo di tecnologie satellitari e sistemi di rilevamento utilizzati sia per l’intelligence sia per applicazioni militari. Immagini diffuse dall’emittente Al Jazeera mostrano l’edificio avvolto dalle fiamme dopo l’attacco.
Parallelamente, nella notte si sono registrati nuovi raid anche in Libano. Il ministero della Salute libanese riferisce che due bombardamenti attribuiti alle Israel Defense Forces hanno provocato la morte di 14 persone, tra cui quattro bambini.
La minaccia dei Pasdaran
La risposta iraniana non si è fatta attendere. I Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i cosiddetti Pasdaran, hanno diffuso un messaggio minaccioso rivolto direttamente al premier israeliano Benjamin Netanyahu.
«Lo braccheremo e lo uccideremo», affermano in una dichiarazione che segna un ulteriore salto di tono nella retorica del conflitto. Le parole riflettono un clima di radicalizzazione crescente, in cui lo scontro non si limita più alle infrastrutture militari ma si trasforma apertamente in una sfida personale tra leadership politiche.
Il mistero dello schianto del tanker americano
Sul fronte statunitense, il Pentagon ha intanto reso noti i nomi dei sei militari morti nello schianto di un aereo cisterna Boeing KC-135 Stratotanker avvenuto giovedì nell’Iraq occidentale.
Le vittime sono il maggiore John A. Klinner, il capitano Ariana G. Savino, il sergente tecnico Ashley B. Pruitt, il capitano Seth R. Koval, il capitano Curtis J. Angst e il sergente tecnico Tyler H. Simmons.
Tre di loro erano in servizio presso il 6º Stormo di rifornimento in volo della base di MacDill, in Florida, mentre gli altri appartenevano al 121º Stormo della Guardia Nazionale Aerea di Rickenbacker, in Columbus.
Il Pentagono ha precisato che l’incidente non sarebbe stato provocato da fuoco ostile né da fuoco amico. L’inchiesta sulle cause dello schianto è ancora in corso.
Il KC-135, velivolo fondamentale per le operazioni aeree moderne, consente ai caccia e ai bombardieri di rifornirsi in volo e prolungare la permanenza nelle aree di combattimento; può inoltre essere riconfigurato per il trasporto di merci o per evacuazioni sanitarie.
Bilancio in crescita
Con la morte dei sei aviatori, il numero di militari statunitensi uccisi in relazione al conflitto con l’Iran sale a tredici. Un dato che testimonia come la crisi, ben lontana da una soluzione diplomatica, stia assumendo sempre più i contorni di uno scontro aperto su scala regionale.
E mentre la diplomazia resta in stallo, il Medio Oriente continua a muoversi sul filo di una guerra che, giorno dopo giorno, rischia di allargarsi ben oltre i suoi confini.
