Le tensioni geopolitiche tornano a dettare l’agenda dei mercati. L’intensificarsi del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran innesca una nuova ondata di vendite sulle piazze finanziarie e riporta al centro dello scenario globale il rischio energetico.
A Piazza Affari il Ftse Mib apre in ribasso del 2,4%, in linea con Francoforte e Parigi, mentre Londra limita le perdite sotto l’1%. In rosso anche i futures di Wall Street, con l’S&P 500 che arretra di oltre un punto percentuale, segnale che la turbolenza non si fermerà ai confini europei.
La reazione è immediata e trasversale: equity in calo, materie prime in forte rialzo, beni rifugio sotto pressione d’acquisto.
Petrolio in fiammata nonostante l’aumento OPEC+
Il baricentro della crisi resta l’energia. I raid congiunti di Washington e Tel Aviv contro obiettivi iraniani, seguiti dalla risposta di Teheran, hanno alimentato il timore di un’interruzione delle forniture nel Golfo Persico.
Il future sul Wti balza dell’8,83% a 72,44 dollari al barile, mentre il Brent di maggio sale del 9,92% a 79,67 dollari. Un’accelerazione che neutralizza l’effetto dell’annuncio di aumento produttivo da parte dell’alleanza OPEC+, che aveva comunicato un incremento di 206 mila barili al giorno.
Ma in uno scenario di conflitto aperto, l’elemento decisivo non è la produzione aggiuntiva, bensì la sicurezza delle rotte.
Hormuz, l’arteria vitale sotto minaccia
Il timore principale riguarda lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio mondiale. Dopo l’attacco a due petroliere, diverse compagnie di navigazione stanno riconsiderando il transito nell’area, aumentando il rischio di una strozzatura dell’offerta.
Attraverso Hormuz passa il 38% del greggio destinato alla Cina e una quota più contenuta verso l’Europa, oltre a una parte rilevante del gas naturale liquefatto del Qatar, pari a circa un quinto dell’export globale di Gnl.
Il riflesso è immediato anche sul mercato del gas: sulla piattaforma Ttf di Amsterdam il future di riferimento registra un balzo del 22% a 39 euro al megawattora. Una dinamica che riaccende le preoccupazioni inflazionistiche nel momento in cui le banche centrali confidavano in un graduale raffreddamento dei prezzi.
Oro e dollaro tornano protagonisti
Nelle fasi di incertezza, i capitali cercano rifugio. L’oro spot sale del 2,6% a 5.415 dollari l’oncia, con i future in progresso del 2,31%. In rialzo anche argento, platino e palladio. Si rafforza il dollaro, scambiato a 1,1724 contro l’euro.
Le criptovalute tentano un rimbalzo tecnico: il Bitcoin guadagna l’1,7% a 65.590 dollari. In Asia, la seduta si chiude in negativo con il Nikkei 225 di Tokyo in calo dell’1,35%.
Una crisi che può cambiare gli equilibri
L’uccisione della Guida suprema iraniana e le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, secondo cui il conflitto potrebbe protrarsi per quattro settimane, alimentano l’incertezza sui tempi e sull’intensità dell’escalation.
Già il 28 febbraio, in un’analisi firmata da Daniele Cappa, capo redattore de La Notte, si sottolineava come l’inasprirsi delle tensioni stesse producendo i primi scossoni sui mercati internazionali. Oggi quei segnali si trasformano in una correzione brusca e diffusa. E tutto lascia pensare che la fase più delicata debba ancora arrivare.
Se lo scenario dovesse cristallizzarsi in un conflitto prolungato con restrizioni durature nel Golfo, il rischio non sarebbe soltanto un petrolio stabilmente sopra gli 80 dollari al barile, ma una nuova spirale inflazionistica globale, capace di rallentare la crescita e rimettere in discussione le strategie delle banche centrali.
I mercati hanno già lanciato l’allarme. Ora la partita si gioca sul terreno diplomatico: da lì passerà la differenza tra una turbolenza temporanea e un nuovo shock strutturale per l’economia mondiale.
