Lo scenario geopolitico è quanto mai incerto, per non dire oscuro. La conflagrazione del conflitto tra Israele e Iran, con le rispettive alleanze e i fronti di supporto, lascia intravedere il rischio di una resa dei conti su scala regionale capace di estendersi lungo l’intero scacchiere mediorientale, da Suez a Bombay.
I segnali di tensione sono inequivocabili anche su altri fronti: tra Pakistan e Afghanistan, così come tra Pakistan e India, in un contesto segnato da crescenti frizioni religiose e politiche. Il quadro complessivo è tale da far tremare i polsi non solo agli analisti internazionali, ma anche agli operatori turistici e ai viaggiatori. Non vi è alcuna certezza che il conflitto in atto non possa tradursi in azioni terroristiche di matrice anti-occidentale, potenzialmente in grado di coinvolgere vaste aree a significativa presenza islamica, dal Marocco all’Egitto, dalle Maldive all’Indonesia. Una dinamica ampia, trasversale, imprevedibile.
In questo contesto, è facile prevedere che l’estate 2026 registrerà una marcata preferenza per il turismo domestico. Una tendenza destinata a far crescere in modo significativo la domanda di soluzioni di ospitalità a prezzi contenuti, favorendo ulteriormente l’espansione delle locazioni brevi. Quelle oggi contraddistinte dal CIN, un codice identificativo di natura amministrativa e fiscale che, tuttavia, non rappresenta né una categoria qualitativa né tantomeno una certificazione di merito.
Agli occhi del consumatore, le uniche informazioni disponibili restano spesso quelle fornite dal proprietario dell’immobile. Ne deriva l’impossibilità di valutare ex ante il reale standard qualitativo dell’offerta. Il potenziale ospite può affidarsi alle recensioni pubblicate sui portali online — come TripAdvisor — che però non sempre risultano pienamente attendibili, né tantomeno verificabili nella loro autenticità.
Il terreno è dunque scivoloso e potenzialmente rischioso. Il consumatore non appare adeguatamente tutelato né sul piano dell’informazione preventiva né su quello del rispetto degli standard minimi di sicurezza e qualità, come diverse recenti cronache hanno evidenziato.
Resta difficile comprendere perché, in un settore storicamente e rigidamente regolamentato come quello dell’ospitalità, l’ambito delle locazioni turistiche possa operare in una sostanziale zona grigia. Un contesto in cui qualunque piccolo proprietario può promuovere la propria offerta senza dover dimostrare il rispetto di requisiti basilari in materia di sicurezza, igiene e assistenza — requisiti che il turismo contemporaneo considera imprescindibili.
Per dirigere una struttura ricettiva tradizionale è richiesto un percorso formativo specifico; per esercitare professionalmente l’attività di affittacamere occorre superare un esame di abilitazione presso la Camera di Commercio; per aprire un bar o un ristorante è necessaria un’abilitazione alla somministrazione e al trattamento di alimenti e bevande. Per affittare fino a tre appartamenti, invece, non è previsto alcun percorso abilitante: bastano alcune fotografie e una piattaforma online.
È legittimo interrogarsi: quanti appartamenti dispongono di tessuti ignifughi? Quanti sono dotati di estintori certificati? Quanti vengono effettivamente sanificati a ogni cambio di ospite? In quanti casi sono presenti indicazioni chiare sui numeri di emergenza? Quanti impianti di riscaldamento o di climatizzazione sono sottoposti a controlli periodici, prevenendo rischi come la diffusione della legionella? E chi verifica l’igienizzazione di biancheria, asciugamani, stoviglie?
In troppe situazioni si riscontrano superficialità, quando non vera e propria ignoranza, su aspetti che nell’hôtellerie costituiscono l’alfabeto minimo dell’ospitalità. E che, se trascurati, possono segnare la differenza tra un soggiorno sereno e un evento drammatico.
Per queste ragioni, l’attribuzione del CIN dovrebbe essere accompagnata dal superamento di un semplice esame abilitante, organizzato dalle Province o dalle Camere di Commercio territoriali. Un percorso essenziale, finalizzato a verificare la conoscenza degli standard minimi di sicurezza, delle norme igienico-sanitarie, nonché degli elementi fondamentali di fiscalità e disciplina giuridica del settore. Una volta abilitato, il locatore dovrebbe essere personalmente responsabile di eventuali inadempienze.
La libertà di intraprendere non può tradursi in anarchia gestionale. Il turismo italiano — soprattutto in una fase storica così delicata — non può più permettersi approssimazione e superficialità nell’erogazione di servizi che incidono direttamente sulla sicurezza e sulla fiducia dei viaggiatori.
