5 Marzo 2026, giovedì
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Addio a Antonio Tejero, il volto armato del 23-F: muore a 93 anni il protagonista del golpe che scosse la Spagna

La scomparsa arriva nel giorno in cui il governo di Spagna declassifica, a 45 anni di distanza, i documenti sul fallito colpo di Stato del 1981

Se ne va a 93 anni l’uomo che, pistola in pugno e tricorno calcato sul capo, irrompendo nell’emiciclo del Congresso trasformò la giovane democrazia spagnola in un teatro sospeso tra passato e futuro. È morto Antonio Tejero Molina, il principale protagonista del fallito golpe del 23 febbraio 1981, passato alla storia come il “23-F”, la giornata che mise alla prova la transizione democratica nata dopo la fine del franchismo.

A comunicare la notizia è stato l’avvocato di famiglia, Luis Felipe Utrera Molina, diffondendo il messaggio di uno dei figli dell’ex ufficiale della Guardia Civil: «Voglio informarvi con profondo dolore che oggi, 25 febbraio 2026, mio padre, Antonio Tejero Molina, è venuto a mancare in compagnia di tutti i suoi figli, avendo ricevuto gli ultimi sacramenti e la Benedizione di Sua Santità Leone XIV. Ringrazio infinitamente Dio per la sua vita dedicata e generosa verso Dio, la Spagna e la sua famiglia. Chiedo una preghiera per il suo riposo eterno».

La morte è avvenuta nella sua abitazione di Valencia, dove già alla fine di ottobre 2025 era stato dichiarato clinicamente morto. In quell’occasione aveva ricevuto l’estrema unzione. Da allora le sue condizioni erano rimaste gravissime, fino al decesso.

Il giorno che fermò la democrazia

Il destino ha voluto che la scomparsa coincidesse con un gesto simbolicamente potente: proprio oggi il governo di Spagna ha declassificato, dopo 45 anni, i documenti ufficiali relativi al tentato colpo di Stato. Una scelta che riapre archivi e interrogativi su una delle pagine più drammatiche della storia contemporanea del Paese.

Il 23 febbraio 1981, mentre il Parlamento votava l’investitura del nuovo presidente del governo, Tejero fece irruzione nell’aula del Congreso de los Diputados a Madrid con un gruppo di circa duecento guardie civili. Spari in aria, deputati a terra, ministri e leader politici trattenuti per ore sotto minaccia. L’immagine di quell’assalto, trasmessa in diretta televisiva, fece il giro del mondo: la giovane democrazia spagnola apparve improvvisamente fragile, esposta ai fantasmi del passato.

Il golpe, tuttavia, fallì. Decisivo fu il messaggio televisivo del re Juan Carlos I, che in uniforme da comandante in capo delle Forze Armate ribadì il sostegno alla Costituzione e all’ordine democratico. Nelle ore successive l’isolamento dei golpisti divenne evidente e Tejero fu arrestato.

Il processo e la lunga ombra del 23-F

Condannato a trent’anni di carcere per ribellione militare, Tejero ne scontò poco più della metà. Non rinnegò mai apertamente le sue motivazioni, legate a una visione nazionalista e autoritaria dello Stato, maturata negli ambienti più conservatori delle forze di sicurezza durante gli anni turbolenti della transizione.

Il 23-F rimane uno spartiacque. Se da un lato rappresentò il tentativo più clamoroso di riportare indietro le lancette della storia, dall’altro contribuì a consolidare l’assetto democratico, rafforzando il ruolo delle istituzioni e accelerando il radicamento della cultura costituzionale nel Paese.

Con la morte di Tejero si chiude simbolicamente un capitolo umano, ma non si esaurisce il dibattito storico e politico su quella stagione. La declassificazione dei documenti promette di gettare nuova luce su eventuali complicità, omissioni, ambiguità mai del tutto chiarite.

L’uomo che per ore tenne in ostaggio la rappresentanza politica della nazione esce di scena mentre la memoria collettiva torna a interrogarsi su quei giorni. La sua figura resta divisiva: per alcuni un militare che credeva di difendere l’unità dello Stato, per molti altri l’emblema di un attacco frontale alla democrazia nascente.

La storia, oggi più che mai, è chiamata a pronunciare l’ultima parola.

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