14 Luglio 2026, martedì
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Trump lancia il “Board of Peace”: «Chi fa il furbo si adeguerà. Controlleremo anche l’Onu»

A Washington la prima riunione del nuovo organismo voluto dalla Casa Bianca. Impegni per oltre 7 miliardi di dollari, cinque Paesi pronti a fornire truppe. Tajani presente come osservatore. Il presidente: «La pace è semplice da dire, difficile da produrre»

WASHINGTON – «Non credo sia mai esistito nulla di così potente e prestigioso». Con questa dichiarazione ad effetto, degna del suo stile più assertivo, Donald Trump ha inaugurato alla Casa Bianca la prima riunione del neonato Board of Peace, l’organismo che nelle intenzioni del presidente dovrà diventare una cabina di regia permanente per la gestione delle crisi internazionali e – come ha precisato lui stesso – «vigilare affinché anche l’Onu funzioni bene».

Un debutto solenne nei toni, ambizioso negli obiettivi e spiazzante nella forma. Per oltre un’ora, il presidente ha alternato annunci, elogi ai leader presenti, considerazioni economiche e rivendicazioni politiche, passando con disinvoltura dal dossier Gaza ai dazi commerciali, dalle relazioni bilaterali alle proprie scelte di endorsement in giro per il mondo.

Un organismo parallelo (o complementare) all’Onu

Il Board of Peace nasce come piattaforma multilaterale guidata dagli Stati Uniti, con l’obiettivo dichiarato di coordinare interventi diplomatici e – se necessario – missioni di stabilizzazione in aree di conflitto. Trump lo ha descritto come uno strumento «snello, efficiente, non paralizzato dai veti», in un riferimento neppure troppo velato alle lentezze del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

«L’intento è molto semplice: la pace», ha scandito. «È una parola semplice da dire, ma molto difficile da produrre». Dietro la formula retorica, una linea politica chiara: rafforzare la leadership americana nella gestione delle crisi globali, sottraendo centralità ai meccanismi multilaterali tradizionali e costruendo una coalizione di Paesi disposti a contribuire finanziariamente e militarmente.

I numeri: oltre 17 miliardi sul tavolo

Secondo quanto annunciato nel corso della riunione, i Paesi partecipanti si sono impegnati a versare complessivamente più di 7 miliardi di dollari a sostegno del nuovo organismo. Gli Stati Uniti contribuiranno con 10 miliardi.

«Se si confronta questa cifra con il costo della guerra, equivale a due settimane di combattimenti. Sembra tanto, ma è pochissimo», ha sottolineato il presidente, presentando l’investimento come una scelta di razionalità economica prima ancora che strategica.

Cinque Stati, inoltre, hanno offerto contingenti militari per una possibile forza di pace collegata al Board. Non sono stati forniti dettagli ufficiali su tempi e teatri di impiego, ma l’idea è quella di una struttura pronta a intervenire rapidamente in aree ad alta tensione, con una catena di comando definita e finanziamenti già garantiti.

«Si uniranno tutti»

Non sono mancati i passaggi più polemici. «Quasi tutti hanno accettato il nostro invito», ha dichiarato Trump. «E quelli che non l’hanno fatto, lo faranno. Alcuni stanno facendo un po’ i furbi, ma con me non funziona».

Un messaggio diretto, che ricalca la sua tradizionale impostazione negoziale: pressione pubblica e leva politica per allargare il perimetro dell’alleanza. «Stanno giocando un po’, ma si stanno unendo tutti, la maggior parte immediatamente», ha aggiunto, lasciando intendere che siano in corso trattative con altri governi.

Nel suo intervento, il presidente ha anche ricordato i rapporti personali con diversi leader stranieri, citando esplicitamente l’argentino Javier Milei e l’ungherese Viktor Orbán, entrambi sostenuti politicamente da Trump negli ultimi anni. Un passaggio che ha confermato quanto il nuovo organismo sia anche il riflesso di una rete diplomatica costruita su relazioni dirette e affinità ideologiche.

L’Italia osservatore, Tajani a Washington

Alla riunione ha preso parte, in qualità di Paese osservatore, anche l’Italia, rappresentata dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Una presenza che segnala attenzione verso l’iniziativa americana, ma anche prudenza: Roma, almeno in questa fase, non figura tra i principali finanziatori né tra i Paesi che hanno annunciato l’invio di truppe.

Ambizione globale, interrogativi aperti

Il Board of Peace si propone dunque come una piattaforma alternativa – o complementare – alle strutture multilaterali esistenti. Resta da capire se sarà percepito come uno strumento di cooperazione o come un tentativo di ridisegnare gli equilibri della governance internazionale sotto un’impronta marcatamente americana.

Per Trump è «il giorno della pace». Per i suoi sostenitori, un’iniziativa pragmatica che punta a prevenire conflitti con costi inferiori a quelli delle guerre. Per i critici, un organismo che rischia di duplicare funzioni già attribuite alle Nazioni Unite, politicizzando ulteriormente la gestione delle crisi globali.

Di certo, la Casa Bianca ha voluto imprimere un segnale: gli Stati Uniti intendono tornare al centro della scena diplomatica mondiale, con uno strumento che porta un nome semplice ma un’ambizione enorme. La sfida, ora, sarà trasformare la parola “pace” in un risultato concreto.

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