14 Luglio 2026, martedì
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Segre contro l’odio online: scuse, risarcimenti e lavori sociali per gli hater sotto processo

A Milano il primo troncone della maxi inchiesta sugli insulti social alla senatrice a vita: remissioni di querela, richieste di messa alla prova e un imputato che sceglie il rito abbreviato. L’accusa è diffamazione aggravata dall’odio razziale.

Lettere di scuse, bonifici già effettuati a favore della Fondazione Memoriale della Shoah, proposte di risarcimento tra i 500 e i 2.000 euro, disponibilità a svolgere lavori di pubblica utilità. È su questo crinale – tra pentimento formale e responsabilità penale – che si sta muovendo il primo processo nato dalla maxi inchiesta sugli insulti social rivolti alla senatrice a vita Liliana Segre.

Davanti al Tribunale di Milano, nell’udienza pre-dibattimentale presieduta dalla giudice Francesca Ghezzi, erano imputate otto persone, accusate di diffamazione aggravata dall’odio razziale per le raffiche di offese pubblicate in rete contro la sopravvissuta alla Shoah. Un procedimento simbolico, che misura il confine tra libertà di espressione e responsabilità, in un Paese che ha fatto della memoria dell’Olocausto un presidio civile.

Le prime uscite dal processo

Per tre imputati è stato dichiarato il non doversi procedere per remissione di querela: hanno risarcito il danno fuori dal processo e presentato scuse formali alla senatrice, assistita come parte civile dall’avvocato Vincenzo Saponara. Un percorso che ha chiuso, almeno sul piano giudiziario, la loro posizione.

Diversa la scelta di un quarto imputato, che ha optato per il rito abbreviato: sarà giudicato allo stato degli atti, con eventuale riduzione di pena in caso di condanna. Gli altri quattro hanno invece chiesto l’ammissione alla messa alla prova, l’istituto che consente la sospensione del procedimento a fronte di un programma che prevede risarcimento, attività riparative e lavori di pubblica utilità. Se il percorso andrà a buon fine, il reato sarà estinto.

La prossima udienza, fissata per il 9 aprile, servirà a verificare la concretezza degli impegni: versamenti effettivi, lettere di scuse, individuazione di enti idonei per lo svolgimento delle attività socialmente utili. Non basta una generica disponibilità. La giudice ha già respinto l’indicazione di un blog politicamente connotato come sede per i lavori: meglio – ha osservato – realtà neutrali e votate all’assistenza, come una Caritas o enti che operano a favore dei bisognosi.

Le condizioni economiche e le richieste di clemenza

In aula sono emerse anche le condizioni economiche di alcuni imputati. C’è chi, pensionato, sostiene di non poter versare più di 500 euro; chi vive con una pensione d’invalidità di 2.500 euro l’anno e abita con la madre, promettendo di raccogliere “quanto potrà”. Argomenti che il giudice dovrà valutare nella definizione dei programmi di messa alla prova, bilanciando capacità contributiva e gravità delle condotte.

Un’inchiesta a più livelli

Quello in corso è solo il primo capitolo giudiziario di un’indagine più ampia, coordinata dal pubblico ministero Nicola Rossato, scattata dopo le denunce della senatrice a vita per la miriade di messaggi offensivi e, in alcuni casi, minacciosi apparsi online.

Un’altra udienza preliminare è già stata fissata per una ventina di imputati, mentre ulteriori tranche dell’inchiesta hanno seguito un percorso complesso. Nell’aprile 2025, il gip Alberto Carboni – dopo l’opposizione alle richieste di archiviazione presentata dalla parte civile – ha ordinato nuovi accertamenti per identificare gli autori nascosti dietro 86 profili social, disponendo l’iscrizione nel registro degli indagati di nove persone inizialmente non perseguite. Ha inoltre imposto alla Procura la formulazione dell’imputazione coatta per altri sette soggetti, con decreto di citazione diretta a giudizio.

L’odio come aggravante

Il cuore giuridico del procedimento è l’aggravante della finalità discriminatoria. In uno dei provvedimenti, il giudice per le indagini preliminari ha scritto parole nette: accusare di “nazismo” una reduce dai campi di sterminio costituisce non solo diffamazione, ma diffamazione aggravata dall’odio razziale. È “uno sfregio alla verità oggettiva” e “la più infamante delle offese” nei confronti di chi ha dedicato la propria vita alla testimonianza degli orrori del regime e alla custodia della memoria dell’Olocausto.

Non si tratta, dunque, di un conflitto politico o di una polemica aspra degenerata sui social. Il tribunale è chiamato a stabilire se e quando l’insulto, specie se rivolto a una sopravvissuta alla Shoah, travalichi il diritto di critica e si trasformi in una condotta penalmente rilevante, alimentata da un movente discriminatorio.

In un’epoca in cui l’aggressività digitale sembra dissolvere i confini della responsabilità individuale, il processo milanese prova a rimettere al centro un principio essenziale: la rete non è una zona franca. E la memoria, soprattutto quella incarnata da figure come Liliana Segre, non può essere bersaglio impunito di odio e falsificazione.

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