29 Giugno 2026, lunedì
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Diritti delle donne, trent’anni dopo la svolta: «Sul consenso nessun arretramento»

Nel giorno dell’anniversario della legge che trasformò la violenza sessuale in reato contro la persona, Roberta Mori (Pd) avverte: «Indebolire la centralità del consenso significa rompere un patto civile e politico»

Trent’anni fa l’Italia compiva un salto di civiltà destinato a segnare uno spartiacque nel diritto e nella cultura del Paese: la violenza sessuale non era più un’offesa alla morale pubblica, ma un crimine contro la persona. Una rivoluzione giuridica e simbolica che portava la firma di un lavoro parlamentare trasversale, frutto della determinazione di donne appartenenti a schieramenti diversi ma unite da un obiettivo comune: affermare la dignità e l’autodeterminazione femminile come principi non negoziabili.

Oggi, nel giorno della ricorrenza, l’allarme arriva da Roberta Mori, portavoce nazionale della Conferenza delle Donne democratiche, che denuncia un «arretramento preoccupante sul terreno dei diritti».

«A trent’anni dall’approvazione della legge sulla violenza sessuale – afferma – registriamo un segnale politico che va nella direzione opposta rispetto al percorso compiuto in questi decenni. La scelta della maggioranza di indebolire la centralità del consenso rompe un patto politico e culturale costruito nel tempo».

Il riferimento è al dibattito in corso sulle norme che regolano i reati sessuali e, in particolare, al valore attribuito al consenso come elemento fondante della fattispecie penale. Un principio che negli anni è diventato cardine non solo del diritto, ma anche del discorso pubblico: senza consenso non c’è relazione, senza consenso c’è violenza.

Le mobilitazioni promosse in queste settimane dai centri antiviolenza e dalle associazioni femministe in numerose città italiane hanno rimesso al centro proprio questo punto. Presìdi, assemblee pubbliche, iniziative di sensibilizzazione hanno ribadito uno slogan che è insieme rivendicazione e monito: «Senza consenso è stupro».

«Come Conferenza – prosegue Mori – abbiamo aderito convintamente alle iniziative in corso in tutta Italia. Non sono accettabili passi indietro sulla libertà e sull’autodeterminazione delle donne. Non possiamo permettere che venga scalfito un principio che ha rappresentato una conquista storica».

Il trentennale non è soltanto una data simbolica. Nel 1996, con l’approvazione della legge, l’ordinamento italiano voltò pagina, superando un impianto normativo che collocava la violenza sessuale tra i reati contro la moralità pubblica e il buon costume. Con quella riforma, la lesione veniva finalmente riconosciuta come offesa alla persona, alla sua libertà e alla sua integrità.

Un cambio di paradigma che ha inciso profondamente anche sul piano culturale, contribuendo a spostare l’attenzione dalla condotta della vittima alla responsabilità dell’aggressore. Ma, a distanza di tre decenni, la battaglia non può dirsi conclusa. I dati sulla violenza di genere continuano a raccontare una realtà drammatica, fatta di femminicidi, abusi domestici, violenze spesso consumate nell’intimità delle relazioni affettive.

Per Mori, la strada non può che essere quella del rafforzamento delle tutele, non della loro revisione in senso restrittivo. «Oggi occorre andare avanti, non certo tornare indietro – conclude – perché stiamo parlando di una questione che riguarda la dignità, la libertà e i diritti fondamentali delle donne. È su questo terreno che si misura la qualità democratica di un Paese».

Nel confronto politico che si riaccende attorno al tema, il trentennale della legge diventa così non solo un momento di memoria, ma anche un banco di prova per il presente. La difesa del consenso come cardine della libertà sessuale non è, secondo le associazioni e le esponenti politiche mobilitate, una battaglia identitaria. È la riaffermazione di un principio giuridico e culturale che ha cambiato l’Italia – e che oggi, sostengono, non può essere rimesso in discussione.

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