14 Ottobre 2026, mercoledì
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Braathen, oro nella tormenta: il Brasile entra nella leggenda dello sci

A Bormio il gigante olimpico incorona Lucas Pinheiro Braathen, che precede Odermatt e Meillard e regala a Rio la prima medaglia invernale della storia. “La differenza è un superpotere”, dice il nuovo campione. Tomba lo chiama in diretta: “Sei il migliore”.

La neve cade fitta, quasi a voler custodire il momento. In quella tormenta lattiginosa che avvolge la Stelvio, il gigante maschile dei Giochi di Milano-Cortina 2026 consegna allo sport una pagina che fino a ieri sembrava impensabile: il Brasile campione olimpico nello sci alpino.

Il nome inciso sull’oro è quello di Lucas Pinheiro Braathen, talento cresciuto tra fiordi e pali stretti, nato e formato agonisticamente in Norvegia ma oggi portabandiera di un Paese che con la neve ha sempre avuto un rapporto esotico, quasi letterario. A Bormio, Braathen non vince soltanto una gara: scardina una geografia sportiva, abbatte un confine culturale, apre un orizzonte.

Dominio fin dalla prima manche

Pettorale numero uno, responsabilità massima. Braathen attacca la prima manche con la sicurezza dei predestinati. Linea pulita, ritmo alto, gestione perfetta dei cambi di pendenza. Al traguardo il cronometro racconta un abisso: 95 centesimi di vantaggio su Marco Odermatt, 1”57 su Loïc Meillard. Non un margine: una dichiarazione d’intenti.

Nella seconda manche, mentre la nevicata si infittisce e il tracciato si scava, il brasiliano amministra con intelligenza. Non arretra, ma non forza oltre il necessario. Sciata composta, busto fermo, gambe elastiche. Quando taglia il traguardo è chiaro che l’oro non può sfuggirgli. Alle sue spalle restano i due svizzeri, Odermatt e Meillard, a completare un podio di altissimo livello tecnico, ma dal peso simbolico tutto nuovo.

Per il Brasile è la prima medaglia della storia ai Giochi invernali. Non un bronzo inatteso, non un argento sorprendente: l’oro, il vertice.

“Un brasiliano campione olimpico nello sci alpino”

Le parole di Braathen arrivano rotte dall’emozione. “Non so cosa dire. Un brasiliano campione olimpico nello sci alpino!”. La voce tradisce le lacrime, ma il messaggio è lucidissimo: “Nella prima manche ho sciato solido, con efficacia. Nella seconda sono rimasto composto, volevo spingere. Spero che i brasiliani a casa guardino e capiscano che la differenza è un superpotere: non importa il background, il colore della pelle, da dove arrivi. Ogni sogno è tuo da seguire”.

Non è retorica da zona mista. È la sintesi di una traiettoria personale e sportiva che lo ha visto cambiare bandiera senza cambiare ambizione. “Oggi ho sciato seguendo completamente il mio intuito e il mio cuore. Non aveva nulla a che fare con la medaglia o con la storia che potevo scrivere. Volevo solo sciare come la persona che sono. So che posso diventare il migliore al mondo”.

In quell’affermazione c’è l’atleta e c’è l’uomo. C’è la ricerca di identità e la consapevolezza del talento. C’è un Brasile che scopre la neve non come cartolina turistica, ma come terreno di conquista.

L’Italia resta ai margini

Per gli azzurri la giornata è amara. Alex Vinatzer, undicesimo a metà gara, cade nella seconda manche e vede svanire le speranze di rimonta. Giovanni Franzoni chiude 24°, mentre Luca De Aliprandini e Tobias Kastlunger escono già nella prima frazione. La Stelvio non fa sconti e, sotto la nevicata, premia solo chi riesce a coniugare coraggio e precisione millimetrica.

La chiamata di Tomba

Tra le prime congratulazioni, la più simbolica arriva da Alberto Tomba. In collegamento con Eurosport, il campione di Calgary e Albertville lo saluta con un misto di ironia e commozione: “Stai piangendo come me, sei il migliore”. Poi la domanda che fotografa l’assurdità meravigliosa del momento: “Una medaglia d’oro per il Brasile, ci stai credendo?”.

Braathen sorride, scuote la testa: “No, non posso crederci”.

Forse è proprio questo il punto. Ci sono vittorie che confermano equilibri consolidati e altre che riscrivono l’atlante dello sport. A Bormio, nel cuore delle Alpi, mentre la neve continua a scendere, un brasiliano ha insegnato al mondo che l’identità può essere un ponte, non un limite. E che anche sotto il sole dei tropici può nascere un campione olimpico di sci.

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