La disoccupazione continua a scendere e tocca nuovi minimi, ma il quadro del mercato del lavoro italiano resta fatto di luci e ombre. A certificarlo sono gli ultimi dati diffusi dall’Istat, che fotografano una situazione complessivamente incoraggiante sul fronte dei numeri, ma ancora problematica nella sostanza.
A dicembre 2025 il tasso di disoccupazione si è attestato al 5,6%, in calo rispetto al 5,7% di novembre, che già rappresentava il livello più basso dal 2004. Un risultato che conferma la traiettoria positiva degli ultimi mesi e segnala una riduzione del numero complessivo di persone in cerca di lavoro.
Il miglioramento, tuttavia, non è uniforme. A preoccupare resta soprattutto la condizione dei più giovani: il tasso di disoccupazione tra i 15 e i 24 anni sale infatti al 20,5%, evidenziando come l’accesso al lavoro continui a essere particolarmente difficile per le nuove generazioni, nonostante il buon andamento dei dati generali.
Un altro segnale da non sottovalutare arriva dal fronte dell’inattività. L’Istat registra un aumento del relativo tasso, che raggiunge il 33,7%, in crescita in quasi tutte le fasce d’età. L’unica eccezione è rappresentata proprio dai giovani tra i 15 e i 24 anni, tra i quali l’inattività risulta in lieve diminuzione. Un dato che, se letto insieme all’aumento della disoccupazione giovanile, suggerisce però un maggiore numero di ragazzi attivamente alla ricerca di un impiego, senza riuscire a trovarlo.
Guardando al quarto trimestre del 2025, rispetto ai tre mesi precedenti, le persone in cerca di lavoro diminuiscono del 5,3%, mentre crescono gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,3%). Su base annua, il confronto con dicembre 2024 mostra un calo ancora più netto dei disoccupati (-13,8%), accompagnato però da un aumento degli inattivi nella stessa fascia d’età (+1,3%).
Il messaggio che emerge è chiaro: l’Italia crea occupazione e riduce la disoccupazione, ma una parte consistente della popolazione in età lavorativa resta ai margini del mercato. È il cosiddetto “zoccolo duro” che continua a frenare una ripresa più solida: rigidità per le imprese, qualità dei contratti e livelli salariali ancora insufficienti a rendere il lavoro davvero attrattivo e inclusivo.
I numeri, dunque, migliorano. La sfida vera resta trasformare questo progresso statistico in occupazione stabile, ben retribuita e capace di coinvolgere giovani e inattivi. È lì che si gioca la partita decisiva del lavoro in Italia.
