A cura di Cinzia Cattaneo
In un panorama editoriale spesso dominato dalla rapidità e dalla semplificazione, Daniele Cappa rappresenta una voce controcorrente. Scrittore prolifico ma mai frettoloso, filosofo della complessità più che delle risposte, Cappa attraversa temi radicali — la morte, l’amore, il desiderio, il potere — con uno stile colto, fluido e profondamente contemporaneo.
Con Eros e Logos, disponibile in esclusiva su Amazon dal 28 gennaio e impreziosito dalla prefazione del professor Piero Sardo Viscuglia, l’autore torna a interrogare uno dei grandi enigmi dell’esperienza umana: l’amore, inteso non come sentimento da addomesticare, ma come campo di tensione tra istinto e pensiero, corpo e cultura, libertà e responsabilità. Un libro che non promette soluzioni, ma invita il lettore a sostare nelle domande, là dove il pensiero si fa più autentico.

Riservato, poco incline all’esposizione mediatica, ma legato a un pubblico fedele e partecipe, Daniele Cappa ha accettato di raccontarsi in una lunga conversazione che attraversa filosofia, storia, politica, desiderio e trasformazioni sociali. Ne emerge il ritratto di un autore che scrive “per amore”, convinto che i libri non abbiano una data di scadenza, ma un tempo interiore da attendere.
Questa intervista è un viaggio dentro Eros e Logos, ma anche dentro una visione del mondo in cui l’amore resta, oggi più che mai, una delle domande più serie e necessarie che possiamo permetterci di porre.
Il titolo del suo libro è Eros e Logos. Perché ha sentito il bisogno di tenere insieme queste due dimensioni?
Perché separarle è una semplificazione che non regge all’esperienza reale. L’eros senza logos diventa impulso cieco e consumo; il logos senza eros diventa astrazione sterile. L’amore umano nasce nella loro tensione: desiderio che chiede senso e pensiero che viene destabilizzato dal desiderio.
Lei sostiene che l’amore non sia un sentimento semplice. È una provocazione o una constatazione?
È una constatazione che diventa provocatoria solo in una cultura che pretende risposte rapide. L’amore è una delle esperienze più stratificate dell’esistenza: coinvolge il corpo, la memoria, il linguaggio, il potere, il tempo. Ridurlo a qualcosa di immediato significa non prenderlo sul serio.
Lei è considerato uno degli autori più prolifici. Al 1° gennaio 2026 è uscito con Morte, appunti su un enigma inevitabile e, a distanza di poche settimane, con Eros e Logos. Qual è il suo “segreto”? E non teme che questa frequenza possa sminuire il valore delle opere?
(Sorride)….Non c’è alcun segreto. Faccio molta ricerca, e mentre studio per un libro vengo spesso attratto da testi, autori, idee che non rientrano immediatamente nel progetto iniziale. Anziché scartarli, li raccolgo. Quando l’ispirazione prende forma, ci lavoro. Quanto al valore: non credo che un libro perda dignità perché ne esce un altro. I libri non hanno una data di scadenza, non sono prodotti stagionali. Parlano quando il lettore è pronto ad ascoltarli.
Il suo è anche un lungo viaggio storico. Perché partire da Platone?
Perché Platone è il primo a dire chiaramente che l’amore nasce dalla mancanza. È un’intuizione radicale: amiamo non perché siamo completi, ma perché siamo incompleti. Tutta la storia successiva del pensiero sull’amore dialoga con questa idea.
Nel libro emerge spesso il tema della contraddizione. L’amore è necessariamente contraddittorio?
Sì, perché mette insieme poli che normalmente cerchiamo di separare: autonomia e bisogno, libertà e dipendenza, desiderio e responsabilità. Se l’amore non ci contraddice, probabilmente non è amore, ma un’abitudine rassicurante.
Lei scrive che l’amore non va “risolto”. Cosa intende?
Viviamo in una cultura che trasforma tutto in problema da risolvere. L’amore non funziona così. È una domanda permanente, che muta nel tempo. Ogni tentativo di risolverlo una volta per tutte finisce per impoverirlo.
Che ruolo ha il cristianesimo nella sua riflessione?
Un ruolo centrale e complesso. Il cristianesimo ha spiritualizzato l’amore, introducendo l’agape, ma ha anche prodotto tensioni irrisolte tra corpo e spirito. È una tradizione che va attraversata criticamente, non accettata o rifiutata in blocco.
Dante e Beatrice attraversano il libro. Perché sono ancora così attuali?
Perché Dante tenta una delle operazioni più audaci della nostra cultura: trasformare il desiderio in senso senza cancellarlo. Non reprime l’eros, lo eleva. È una lezione potentissima per un’epoca che oscilla tra repressione e iper-esposizione.
Nietzsche è una presenza costante. Cosa le ha insegnato sull’amore? E Freud?
Che l’amore non è mai innocente. È intrecciato alla volontà, al potere, al rischio del dominio. Nietzsche non distrugge l’amore, lo rende più onesto.
Freud ci ricorda che l’amore non è mai del tutto conscio. È attraversato da pulsioni, rimozioni, ripetizioni. Senza l’inconscio, il discorso sull’amore resta ingenuo.
Lei dedica molto spazio alla sessualità. È ancora un tema scomodo?
Sì, proprio perché sembra sdoganato. Ne parliamo ovunque, ma spesso in modo superficiale. La sessualità resta uno dei luoghi più profondi dell’identità e del conflitto umano.
Il femminismo ha cambiato il modo di amare?
Radicalmente. Ha messo in crisi ruoli e narrazioni romantiche che mascheravano rapporti di potere. Ma questa trasformazione non è semplice né indolore, e il libro non la idealizza.
Perché era importante affrontare il tema delle relazioni omoaffettive?
Perché sono naturali quanto il respiro, e proprio per questo hanno spesso avuto bisogno di essere difese con argomenti culturali, storici e politici. L’idea che l’amore tra persone dello stesso sesso sia “contro natura” è una costruzione ideologica, non un dato di realtà. È la storia, semmai, ad averlo reso innaturale attraverso divieti, colpevolizzazioni e narrazioni religiose o morali fondate più sul controllo che sulla comprensione. Le relazioni omoaffettive mostrano con grande evidenza che l’amore non obbedisce a un codice biologico semplificato, ma si iscrive nella complessità simbolica dell’essere umano: desiderio, riconoscimento, cura, responsabilità. E costringono la società — spesso suo malgrado — a ridefinire cosa intendiamo davvero per relazione, smascherando l’arbitrarietà di molte presunte “verità naturali” difese con zelo da chi confonde Dio con l’ordine costituito.
Esiste una differenza tra amore omo ed etero?
Esistono differenze storiche e culturali, ma non ontologiche. Il nucleo dell’esperienza amorosa — desiderio, vulnerabilità, riconoscimento — resta lo stesso.
Il digitale ha rovinato l’amore?
No, ma lo ha trasformato. Ha ampliato le possibilità e introdotto nuove fragilità: la logica della scelta infinita, della sostituibilità, della fuga.
Siamo più liberi o più soli oggi?
Entrambe le cose. La libertà senza strumenti interiori ed etici produce solitudine. Il problema non è la libertà, ma l’assenza di una cultura della relazione.
La paura dell’intimità è centrale nel libro. Da dove nasce?
Dal timore di essere visti davvero. L’intimità smaschera, espone, rende vulnerabili. In una cultura dell’immagine, questo fa paura.
L’amore è anche politico?
Sempre. Anche quando finge di non esserlo. I modelli affettivi riflettono strutture di potere, norme, ideologie. Amare è anche un atto politico profondo.
Come guarda al poliamore?
Come a una delle domande che la contemporaneità pone alla coppia tradizionale. Non è una soluzione universale, ma una possibilità da pensare.
L’amore eterno è un’illusione?
Se significa immutabilità, sì. Se significa capacità di attraversare il cambiamento, allora può avere senso.
Perché dedica tanto spazio alla perdita e al lutto?
Perché non esiste amore senza esposizione alla perdita. Amare significa accettare la possibilità del dolore.
Lei non è un autore che ama esporsi molto al pubblico, né fare numerose presentazioni. È una scelta?
Più che altro seleziono moltissimo avendo veramente poco tempo da dedicare alle presentazioni ed eventi sociali. Principalmente scrivo per amore. Il mio pubblico lo sa e lo rispetta.
Che rapporto ha con i suoi lettori?
Straordinario. Mi seguono, mi scrivono, spesso mi inviano plichi di libri da autografare. Quando li incontro agli eventi è sempre una festa. È un rapporto autentico, non costruito.
Lei non sembra inseguire premi o riconoscimenti…
I premi sono sempre molto graditi, soprattutto quelli non “a marchetta”. Sono orgoglioso di aver ricevuto riconoscimenti importanti, come il Premio Internazionale Comunicare l’Europa 2019 e la medaglia di San Ambrogio della Chiesa Cattolica Ortodossa per meriti culturali. Se ne arrivasse qualcun altro, non mi dispiacerebbe.
Giochiamo: che premio le piacerebbe ricevere?
Una laurea ad honorem non mi dispiacerebbe. E il Nobel… anche….(ride); scherzi a parte, non lo so. Di premi ambiti ce ne sarebbero alcuni di cui sarei onorato. Mi creda, il premio più bello, sempre e comunque, è quello di aver lascato il segno al mio lettore.
Se dovesse riassumere Eros e Logos in una frase?
L’amore non ci salva dalla complessità della vita, ma ci costringe ad attraversarla.
L’amore ha ancora un futuro?
Finché l’essere umano avrà bisogno dell’altro senza poterlo possedere, l’amore non solo avrà un futuro: continuerà a essere una delle sue domande più decisive.
Per andare in conclusione di questa bella chiacchierata, due domande personali: Lei è innamorato?
(…Ride) Si! Sono innamorato della vita e sono follemente innamorato di Xina, la mia pitbullina (…ride…)
Si reputa una persona felice e soddisfatta?
Che domanda difficile…(sorride)… Nella vita ho avuto la forza e la capacità, unita ad una buona dose di fortuna di avere vissuto più vite. Ho esaudito più sogni di quanti un essere umano può fare; ho incontrato e alcune volte, ho lavorato con nomi importantissimi a livello nazionale, europeo e internazionali, ho conosciuto teste coronate e capi di stato.
Mi sono riciclato con studio, passione e curiosità almeno quattro volte. Ho preso calci sulle gengive e ho incassato tradimenti, per la maggior parte, da persone che reputavo amiche a cui avevo dato fiducia… insomma, posso ritenermi una persona soddisfatta. Anche se, mutando e crescendo l’asticella si sposta, quindi per chiudere il cerchio, avrei ancora due obbiettivi per raggiungere la mia nuova completa gratificazione.
Sulla felicità, senza dubbio: SI. Rido poco, ma sono sereno.
Prossimo libro?
(…Ride) confesso che ho materiale per altri tre libri tra romanzi e filosofia. Magari per fine anno ci sarà una sorpresa (sorride).
Grazie
Grazie a Lei.
