A cura di Gilberto Borzini
Circa sei mesi fa, il 2 giugno, pubblicavo sul mio blog Vercelli Domani un’accorata lettera al Presidente della Repubblica inviata dai “Genitori Stanchi” in cui si indicavano le condizioni pietose della scuola e alcune tematiche di amichettismo e favoritismo che certo non definiscono un valido esempio per i ragazzi.
In questi giorni un gruppuscolo di ragazzi milanesi tiene banco nei programmi televisivi e nei media, suscitando lo scandalo di chi non riesce a capire che quei ragazzi sono solo lo specchio del comportamento degli adulti, della loro indifferenza educativa, del preferire (o nel dovere) lasciare i figli in compagnia di un terminale elettronico, delle nostre scelte di consumo e di comportamento, dell’arroganza fin troppo manifestata, della violenza verbale ormai apparentemente senza freni che caratterizza spettacoli televisivi e dibattiti, di quegli atteggiamenti estremamente aggressivi che avvengono negli ospedali e nelle scuole dove parenti di pazienti o di studenti un po’ somari vengono alle mani con gli operatori professionali. Sono lo specchio degli odiatori da tastiera.
Dovremmo allora sorprenderci di questa violenza che abbiamo ereditato da modelli educativi e scolastici acquisiti da oltre oceano, dove le sparatorie negli istituti scolastici esistono da decenni?
Dovremmo sorprenderci del bullismo quando i primi a comportarsi da bulli arroganti sono gli adulti che i ragazzi hanno osservato durante tutte le fasi della loro crescita?
Dovremmo sorprenderci quando alle osservazioni esposte nella lettera dei Genitori Stanchi si replica querelando chi quella lettera, e altri appunti, ha pubblicato invece che accettare il confronto, verificare e provare a migliorare i guasti di cui si parla, magari attribuendo le difficoltà a quelle carenze di bilancio nella Istruzione Pubblica a tutti note?
A che serve l’arroganza della querela? A cosa serve mostrare i muscoli se non a diseducare i giovani al confronto, alla verifica, al dialogo, al miglioramento comune?
La Mala Educacion
Il titolo è quello di un film del 2004 di Almodovar che non credo, come film, abbia a che fare con questo articolo. La cattiva educazione, però, è ovunque.
È nel dibattito politico televisivo, che dovrebbe rappresentare il miglior livello del confronto possibile; è nell’aggressività dei concorrenti di spettacoli dalla grande audience televisiva; è nella ferocia dei commenti online di quelli che vengono definiti “leoni da tastiera”; è ancora nel mai superato modo di dire, e di pensare, “lei non sa chi sono io”; è nello sbattere in faccia a tutti l’oscenità percepita della povertà a cui solo l’esibizione della ricchezza pone un argine; è nella pornografia quotidiana in cui ogni relazione è relazione di dominanza, di potere abusivamente esercitato, nella forma delle relazioni sociali in cui prevarica il denaro e il possesso e le relative esibizioni ostentate; è nei video giochi davanti ai quali i ragazzini vengono abbandonati in cui l’unico linguaggio conosciuto è quello della devastazione dell’avversario.
Se questi sono gli esempi, allora, cosa vi aspettate dai ragazzi?
Che crescano spontaneamente come Cherubini angelicati?
Che aiutino le vecchiette ad attraversare la strada quando chi li accompagna a scuola, spesso madri automunite e attaccate al telefono, non rispetta le strisce pedonali e i pedoni che vorrebbero attraversare?
Che rispettino i più deboli quando vengono istruiti ad essere furbi, più furbi di tutti e tentare la via breve del campione di calcio per affermarsi?
Qual’è il linguaggio con cui sono stati cresciuti? Quale l’attenzione che gli è stata dedicata?
I ragazzi sono lo specchio dell’educazione che hanno ricevuto: non dovremmo dimenticarlo.
