Alla fine Giorgia Meloni ha detto no. Dopo giorni di esitazioni, mezze aperture e ripensamenti, la presidente del Consiglio ha deciso di non aderire al Board of Peace, il comitato internazionale voluto dal presidente statunitense Donald Trump per gestire la fase di transizione nella Striscia di Gaza. Una scelta maturata lentamente, non senza tensioni interne e timori diplomatici, che segna una brusca frenata rispetto all’entusiasmo mostrato solo poche settimane fa.
La rinuncia è arrivata mercoledì mattina, in un contesto già segnato dal progressivo disimpegno di diversi leader europei. Tra lunedì e martedì avevano infatti preso le distanze dall’iniziativa altri capi di Stato e di governo dell’Unione, e l’Italia ha finito per allinearsi a quel fronte, pur dopo un percorso più tortuoso e politicamente delicato.
L’entusiasmo iniziale e il rapporto con Trump
Per lungo tempo, in realtà, Meloni aveva guardato al progetto con interesse autentico. L’invito rivolto all’Italia era stato accolto come un riconoscimento politico: confermava la centralità del rapporto con Washington, ribadiva il ruolo storico dell’Italia nel Mediterraneo e in Medio Oriente – anche attraverso la diplomazia vaticana – e rafforzava l’idea di un canale privilegiato con Donald Trump.
Non a caso, insieme alla Germania, l’Italia era considerata fin dall’inizio uno dei pochi Paesi dell’Unione Europea quasi certamente destinati a far parte del Board. La Francia, invece, aveva mantenuto un atteggiamento prudente, attribuito da alcuni alle resistenze dell’Eliseo e da altri alla scarsa sintonia personale tra Emmanuel Macron e Trump.
Tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio Meloni aveva discusso direttamente del progetto con Trump almeno un paio di volte, manifestando la disponibilità italiana. Il 18 gennaio, durante una missione a Seul, aveva poi ufficializzato pubblicamente la notizia, con toni tutt’altro che tiepidi: «Anche l’Italia è stata invitata a partecipare al Board of Peace», aveva detto, aggiungendo che il governo era pronto a fare la propria parte e che il contributo italiano avrebbe potuto «fare la differenza».
Davos, le incoerenze e i primi imbarazzi
I primi scricchiolii erano emersi attorno alla cornice scelta da Trump per il lancio dell’iniziativa. L’idea della Casa Bianca era quella di sfruttare il World Economic Forum di Davos come palcoscenico per incontrare i leader europei e arabi coinvolti. Una prospettiva che metteva Meloni in evidente difficoltà politica.
La presidente del Consiglio aveva ricevuto un invito ufficiale a intervenire al Forum, ma per anni aveva criticato Davos come il simbolo del “gotha mondialista”, accusato di influenzare le democrazie in modo opaco. Presentarsi come partecipante ufficiale avrebbe significato esporsi all’accusa di incoerenza. La soluzione immaginata – partecipare alle riunioni convocate da Trump senza accreditarsi formalmente al Forum – appariva già allora piuttosto forzata.
I nodi veri: soldi, regole e potere decisionale
Tra lunedì e martedì, però, sono emersi problemi ben più sostanziali. I dettagli operativi del Board of Peace sono arrivati ai partner europei in ritardo, in modo frammentario e con ampie zone d’ombra. In particolare, hanno suscitato allarme le regole d’ingaggio e l’impianto finanziario del progetto.
Ai Paesi aderenti veniva richiesto di finanziare direttamente l’iniziativa, con una sorta di quota iniziale pari a un miliardo di euro. Di fronte alle prime proteste, i diplomatici statunitensi hanno precisato che il versamento non sarebbe stato obbligatorio, ma restava comunque l’ipotesi di un impegno economico significativo nel medio periodo.
Ancora più problematico appariva il rapporto del Board con le organizzazioni internazionali già esistenti, a partire dall’ONU. Con il passare delle ore è diventato chiaro che Trump intendeva mantenere un ampio margine di manovra, svincolandosi da trattati e convenzioni: le decisioni cruciali, sul piano diplomatico, economico e persino militare, sarebbero rimaste in larga parte nelle mani degli Stati Uniti, con un coinvolgimento degli altri Paesi solo parziale e poco definito.
L’incognita Putin e le frizioni europee
A complicare ulteriormente il quadro è stato il possibile allargamento del comitato a leader considerati altamente problematici, senza un reale coordinamento con i partner europei. Tra questi, il presidente russo Vladimir Putin e quello bielorusso Aleksandr Lukashenko. L’idea di ritrovarsi allo stesso tavolo con Putin, stringergli la mano e posare per una foto ufficiale, proprio mentre sono in corso negoziati delicatissimi sulla guerra in Ucraina, ha fatto scattare più di un campanello d’allarme a Palazzo Chigi.
Nel frattempo, altri attori internazionali iniziavano a defilarsi: la Francia in modo piuttosto esplicito, Germania e Regno Unito con maggiore discrezione. Anche il Vaticano, la cui diplomazia ha un peso non trascurabile nelle scelte italiane in Medio Oriente, ha manifestato forti perplessità sull’impostazione voluta da Trump.
Il vertice a Palazzo Chigi e i timori politici interni
Martedì mattina Meloni ha convocato una riunione ristretta a Palazzo Chigi con i due vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, e con il ministro della Difesa Guido Crosetto. È stato soprattutto Tajani, titolare della Farnesina, a esprimere i dubbi più netti, subito condivisi da Crosetto.
Il confronto non è stato semplice. Da un lato c’era il rischio di perdere un’occasione per rafforzare il profilo internazionale dell’Italia e, soprattutto, di irritare Trump. Dall’altro, pesava la possibilità di ritrovarsi coinvolti in decisioni azzardate, senza reali strumenti di influenza.
Nel pomeriggio, alcuni dirigenti di Fratelli d’Italia hanno sollevato anche un ulteriore problema: giustificare un impegno finanziario rilevante per un progetto percepito come lontano dalle priorità immediate degli elettori, mentre il governo rivendica rigore e prudenza sui conti pubblici, avrebbe potuto avere un costo politico non trascurabile e offrire alle opposizioni un argomento facile di attacco.
Il nodo costituzionale e l’uscita di scena
A fare da detonatore finale è stata però una questione giuridica. In un’intervista a Porta a Porta su Rai 1, Meloni ha spiegato di aver riscontrato, leggendo lo Statuto del Board, profili di incompatibilità con l’articolo 11 della Costituzione. L’Italia, ha ricordato, può aderire a organizzazioni internazionali che perseguono la pace solo a condizione di operare «in condizioni di parità con gli altri Stati». Lo Statuto del Board, invece, configurerebbe una sostanziale subalternità rispetto alle decisioni degli Stati Uniti.
In modo informale, da Palazzo Chigi è filtrata anche l’indiscrezione di riserve analoghe espresse dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il Quirinale non ha confermato, e l’ipotesi è apparsa a molti come un modo per fornire a Meloni una copertura istituzionale utile a sfilarsi dal progetto senza incrinare apertamente il rapporto con Trump, che la premier continua a considerare un interlocutore privilegiato.
In questo clima, lo staff della presidente del Consiglio ha evitato per giorni di chiarire i suoi spostamenti e la sua agenda, alimentando un senso di affanno e imbarazzo che ha accompagnato tutta la vicenda. Fino alla decisione finale: il passo indietro dell’Italia dal Consiglio di pace su Gaza, che chiude una fase di ambizioni e incertezze e apre un nuovo capitolo, ancora tutto da scrivere, nella complessa partita diplomatica mediorientale.
