15 Febbraio 2026, domenica
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Dazi, industria, diritti e sicurezza: lo scontro politico infiamma Parlamento e partiti

Da Appendino a Zan, da Ruotolo a Cirielli: opposizioni all’attacco su armi, Stellantis e giustizia. La maggioranza rivendica la svolta sulla sicurezza

Lo stop ai dazi annunciato da Donald Trump, la crisi industriale di Stellantis, il nodo dei diritti e le ombre sulla sicurezza informatica della giustizia: il confronto politico si accende in Aula e nelle dichiarazioni dei principali esponenti di maggioranza e opposizione, fotografando una fase di forte tensione tra Governo e Parlamento.

A dare voce alle critiche più dure è Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, che interviene sul dossier commerciale tra Unione europea e Stati Uniti mettendo in guardia da possibili contropartite militari. «Bene lo stop ai folli dazi di Trump e bene che abbia capito che l’Europa avrebbe reagito – afferma – ma non si azzardino a inserire in questo accordo l’ennesima spesa in armi». Secondo Appendino, l’Europa non deve «barattare la fine dei dazi con nuovi miliardi per le armi americane», chiedendo chiarezza e sollecitando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a riferire in Parlamento.

Ancora più duro l’affondo pentastellato sul fronte industriale. Nel mirino di Appendino finisce Stellantis, accusata di aver tradito gli impegni presi con il Paese. «Dov’è finito il milione di auto da produrre in Italia?», chiede la deputata, ricordando come nel 2025 la produzione si sia fermata sotto le 380 mila unità, «ai livelli del 1957». Critiche anche sulla Gigafactory di Termoli, promessa e poi congelata dopo il definanziamento ministeriale, mentre il gruppo ha annunciato investimenti analoghi in Spagna. Ritardi e slittamenti riguardano anche Cassino, Pomigliano e Mirafiori, con stabilimenti quasi fermi, cassa integrazione diffusa e uscite incentivate. «Tutto va in fumo – conclude Appendino – promesse, dignità dei lavoratori e indotto. Ma non i dividendi miliardari per gli azionisti. Il conto, come sempre, lo paga lo Stato».

Sul terreno dei diritti interviene Alessandro Zan, europarlamentare e componente della segreteria nazionale del Partito democratico, che attacca frontalmente la proposta di riforma sulla legge del consenso. «Una legge sul consenso senza la parola consenso è una presa in giro paradossale e grave», afferma, accusando la maggioranza di voler svuotare il principio del “solo sì è sì” e parlando di «tradimento di un impegno politico» assunto dalla premier Meloni con Elly Schlein e con il Paese.

Zan torna poi a colpire sul piano internazionale, criticando l’ipotesi del cosiddetto Board of Peace. «Non ha nulla a che vedere con la pace – sostiene – è affarismo immobiliare e operazione di potere». Il riferimento è alle parole di Trump su Gaza come “location fantastica” e alla presenza, nel board, di figure come Putin e Netanyahu. «L’Italia vuole davvero sedere a un tavolo dove la pace viene mercificata e affidata ad autocrati e leader di guerra?», chiede Zan, sollecitando Meloni a cambiare posizione.

Gravi interrogativi emergono anche sul fronte della giustizia. Sandro Ruotolo, responsabile Informazione del Pd, commenta le anticipazioni dell’inchiesta di Report su presunti accessi remoti ai computer di magistrati e giudici. Secondo quanto riportato, nel 2024 alcune vulnerabilità sarebbero state segnalate ufficialmente ma ignorate. Il sistema informatico ECM/SCCM, installato su circa 40 mila postazioni, consentirebbe – se attivato – accessi da remoto senza tracciabilità. «Se confermate, queste accuse incidono direttamente sull’indipendenza della magistratura e sullo Stato di diritto», avverte Ruotolo, chiedendo spiegazioni alla presidente del Consiglio e al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il Csm ha già sollecitato l’apertura urgente di una pratica di approfondimento.

Sul versante opposto, la maggioranza rivendica i risultati raggiunti in materia di sicurezza. Edmondo Cirielli, coordinatore della Direzione nazionale di Fratelli d’Italia, sottolinea l’inversione di rotta impressa dal Governo Meloni. «Dall’inizio della legislatura sono stati immessi in servizio oltre 35 mila operatori delle Forze dell’Ordine – afferma – e sono previste ulteriori 30 mila assunzioni entro il 2027». Un cambio di passo netto, secondo Cirielli, rispetto ai governi precedenti, accusati di aver bloccato il turn over e ridimensionato la formazione. «Oggi lo Stato torna a investire sulla sicurezza come funzione primaria», conclude, rivendicando il lavoro dell’esecutivo e del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

Un confronto a tutto campo che restituisce l’immagine di un Paese attraversato da nodi irrisolti: economia, diritti, giustizia e sicurezza restano al centro di una battaglia politica destinata a intensificarsi nelle prossime settimane.

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