Il regime iraniano torna a colpire uno dei nervi più sensibili della mobilitazione popolare: la comunicazione. Un blackout di Internet ha interessato Teheran e numerose altre città dell’Iran, nel pieno di una nuova ondata di proteste contro il governo degli ayatollah. A segnalarlo è stata NetBlocks, l’organizzazione internazionale che monitora l’accesso alla Rete e le interferenze digitali nel mondo.
“L’evento segue una serie di misure di censura digitale sempre più aggressive, adottate per colpire le proteste in corso e limitare il diritto dei cittadini a comunicare in un momento critico”, ha denunciato NetBlocks in un messaggio pubblicato su X. Una strategia già vista in passato: il controllo e l’oscuramento di Internet rappresentano da anni uno degli strumenti principali con cui le autorità iraniane tentano di spezzare il coordinamento tra i manifestanti e impedire che immagini, video e testimonianze delle repressioni raggiungano l’estero.
Le piazze si riempiono, da Teheran alle province
Nonostante la censura digitale, le proteste continuano a dilagare. Da Urmia a Kermanshah, passando per Teheran e numerose altre città, migliaia di persone sono scese in strada contro il regime. I cortei e i raduni sono stati accompagnati da slogan espliciti contro il potere clericale, tra cui uno che richiama apertamente il ritorno della monarchia: “Questa non è l’ultima battaglia, Pahlavi sta tornando”.
Il riferimento è a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, che negli ultimi giorni si è detto disponibile a rientrare nel Paese per guidare una transizione politica. Figura controversa ma sempre più evocata nelle piazze, Pahlavi è tornato al centro del dibattito come possibile alternativa al regime, soprattutto tra i manifestanti più giovani e tra gli iraniani della diaspora.
Crisi economica e sangue nelle strade
Alla base della rivolta c’è un mix esplosivo di fattori, in primo luogo le gravi difficoltà economiche che colpiscono ampie fasce della popolazione. Secondo gli attivisti, il momento più duro si è registrato mercoledì 7 gennaio, quando le manifestazioni hanno raggiunto un’intensità senza precedenti, estendendosi dalle aree rurali alle grandi metropoli. Sarebbe stato il giorno più sanguinoso dall’inizio delle proteste, ormai arrivate al dodicesimo giorno consecutivo.
Il bilancio della repressione è pesante: oltre 2.000 persone arrestate, almeno 45 manifestanti uccisi – tra cui otto minori – e centinaia di feriti. Numeri che continuano a crescere e che emergono nonostante le difficoltà di comunicazione imposte dal blackout e dalla censura.
L’appello dall’esilio
Reza Pahlavi, in esilio negli Stati Uniti da anni, è molto attivo sui social network e continua a sostenere apertamente le proteste. Anche giovedì 8 gennaio ha rivolto un appello diretto al popolo iraniano, invitandolo a scendere in piazza compatto: “Gli occhi del mondo – e di Trump – sono puntati su di voi. Unitevi e gridate la vostra volontà”.
Mentre le autorità cercano di isolare il Paese spegnendo Internet, le piazze iraniane restano accese. E la battaglia, come gridano i manifestanti, sembra tutt’altro che finita.
