29 Giugno 2026, lunedì
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Manuela Murgia, nessuna traccia dell’ex fidanzato sugli abiti: emergono due Dna ignoti

Nuovi esiti scientifici nella riapertura del caso del 1995

A trent’anni dalla morte di Manuela Murgia, il caso che ha segnato una delle pagine più oscure della cronaca sarda torna a interrogare investigatori e opinione pubblica. Le più recenti analisi scientifiche, disposte nell’ambito dell’incidente probatorio, hanno escluso in modo netto la presenza di tracce biologiche riconducibili a Enrico Astero, l’ex fidanzato della giovane, oggi 54enne e indagato per omicidio volontario.

La perizia, affidata dal giudice per le indagini preliminari al Ris di Cagliari, rappresenta uno snodo cruciale nella clamorosa riapertura dell’inchiesta sulla morte della sedicenne cagliaritana, trovata senza vita il 5 febbraio 1995 nel canyon della necropoli di Tuvixeddu. Secondo quanto emerso, le tracce biologiche repertate sui vestiti di Manuela non possono essere attribuite in alcun modo all’indagato.

Gli accertamenti, anticipati dal quotidiano L’Unione Sarda, hanno portato all’individuazione di 89 tracce biologiche, tra cui 49 tra peli e capelli. L’analisi più significativa riguarda un pelo rinvenuto all’interno della busta che conteneva gli stivaletti della ragazza: da quel reperto è stato estratto un profilo genetico maschile, che però non risulta compatibile con quello di Astero. Tutte le altre tracce isolate sul maglioncino e sugli slip sono invece state attribuite alla stessa Manuela Murgia.

Resta però un ulteriore elemento di mistero: sul pantalone della giovane, in prossimità della caviglia, è stato individuato un Dna femminile appartenente a un soggetto al momento ignoto. Un dettaglio che apre nuovi interrogativi e che potrebbe rivelarsi decisivo per la ricostruzione degli eventi che precedettero la morte della sedicenne.

Un altro tassello importante arriva dall’analisi delle tracce vegetali. Gli esperti del Ris hanno confermato che gran parte del materiale botanico rinvenuto sugli abiti della ragazza è compatibile con l’ambiente della necropoli di Tuvixeddu. Un dato che rafforza l’ipotesi secondo cui sia il decesso sia la presunta aggressione antecedente sarebbero avvenuti proprio in quell’area.

Gli esiti completi della perizia saranno discussi il prossimo 29 gennaio davanti al gip, nell’udienza conclusiva dell’incidente probatorio. Al confronto parteciperanno anche i consulenti delle parti: per la difesa l’ex generale del Ris Vincenzo Garofano, per la famiglia Murgia il genetista Emiliano Giardina, noto per aver seguito le indagini sull’omicidio di Yara Gambirasio.

La vicenda di Manuela Murgia affonda le radici in un febbraio lontano. La ragazza scomparve il 4 febbraio 1995 dopo essere uscita di casa per incontrare qualcuno. Indossava jeans sopra i pantaloni del pigiama e lasciò sul tavolo della cucina un rossetto e un profumo. Un testimone la vide salire su un’auto: fu l’ultima volta che venne vista viva. Il suo corpo fu ritrovato il giorno successivo.

All’epoca, il caso venne archiviato come suicidio. Solo il 30 marzo scorso, sulla base di una perizia di parte, l’inchiesta è stata riaperta con l’ipotesi di omicidio volontario. Secondo il medico legale Roberto Demontis, le lesioni riscontrate sul corpo non sarebbero compatibili con una caduta accidentale nel canyon, ma piuttosto con un incidente stradale. Un evento che, sempre secondo la ricostruzione, sarebbe stato preceduto da una violenza sessuale e seguito dall’occultamento del cadavere.

Oggi, tra Dna ignoti e certezze che cadono, la verità sulla morte di Manuela Murgia resta ancora incompleta. Ma il lavoro della scienza forense continua a scavare, nel tentativo di restituire giustizia a una ragazza di sedici anni e risposte a una famiglia che attende da troppo tempo.

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