15 Febbraio 2026, domenica
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Il richiamo della miccia: perché a Capodanno l’istinto di autoconservazione va in ferie

Dalla superstizione arcaica al bisogno di esibirsi, passando per l’illusione dell’invincibilità: il caso del 24enne romano ferito due volte a Napoli racconta meglio di mille statistiche perché i botti continuano a vincere sulla ragione.

A cura di Daniele Cappa

L’esperienza è maestra di vita. Così recita l’aforisma. Ma come tutti i luoghi comuni, funziona a intermittenza. A Napoli, nella notte di Capodanno, la realtà si è incaricata di smentirlo con una crudezza quasi didascalica. Protagonista un turista romano di 24 anni che, nel tentativo di accendere dei botti, se li è visti esplodere in mano. Risultato: tre dita perse, pronto soccorso del Vecchio Pellegrini, medicazioni, dimissioni. Fine della storia? Macché.

Poche ore dopo, lo stesso ragazzo è tornato nello stesso ospedale. Gli stessi medici, lo stesso stupore. Perché dopo aver lasciato il pronto soccorso e aver percorso qualche decina di metri verso piazza del Plebiscito, il giovane ha deciso di concedere alla sorte un bis. Nelle tasche, evidentemente, era rimasto qualche petardo. Gettarlo via sarebbe stato uno spreco; usarlo, una “coerenza” con il programma della serata. Così ha riprovato. Questa volta a pagare sono stati il volto, ustionato, e l’occhio sinistro.

Cronaca nuda, quasi banale nella sua ripetitività. Eppure illuminante. Perché la domanda non è più cosa è successo – ogni Capodanno registra il suo bollettino di guerra – ma perché succede ancora. E perché succede anche dopo che il corpo ha già lanciato un avvertimento chiarissimo.

La tradizione che diventa alibi

I botti di Capodanno affondano le radici in un passato lontano. Nelle culture contadine e poi urbane, il rumore serviva a scacciare gli spiriti maligni, a spaventare la sfortuna, a segnare con fragore il confine tra l’anno vecchio e quello nuovo. In Cina come nel Mediterraneo, il principio era lo stesso: fare rumore per ricominciare.

Col tempo il rito si è svuotato del significato simbolico, ma ha conservato la forma. Il botto è diventato spettacolo, esibizione, prova di presenza. Non più gesto apotropaico, ma dimostrazione di coraggio – o di incoscienza – in un’arena collettiva dove vince chi fa più rumore.

L’illusione dell’invincibilità

Qui entra in gioco la psicologia. Chi maneggia petardi e fuochi proibiti spesso non si percepisce come “imprudente”, ma come capace. Gli incidenti capitano agli altri. È il classico bias dell’ottimismo: la convinzione irrazionale di essere più abili, più fortunati, più svegli della media. Anche quando la media ha appena perso tre dita.

Nel caso del 24enne romano, il meccanismo sfiora il paradosso. Il primo incidente non diventa lezione, ma incidente isolato. Un imprevisto. Un colpo di sfortuna da correggere subito, rimettendosi alla prova. Come se la realtà, per essere accettata, avesse bisogno di una conferma definitiva. E se il corpo non basta a convincere la mente, allora il problema non è la miccia, ma la testa.

Quando il rischio diventa identità

C’è poi una dimensione sociale. A Capodanno il botto non è solo un’esplosione: è un segnale. “Io ci sono”. In certi contesti, rinunciare significa sottrarsi al gruppo, apparire pavidi, fuori dal rito. E così anche l’istinto di autoconservazione viene sacrificato sull’altare dell’appartenenza. Meglio una mano in meno che una reputazione intatta? Razionalmente no. Simbolicamente, per qualcuno, sì.

Il gesto si ripete perché rassicura. È familiare, previsto, quasi obbligatorio. E quando diventa abitudine, smette di essere percepito come pericoloso. Fino a quando la statistica, puntuale, presenta il conto.

Il botto finale

La storia del turista romano non è solo una cronaca di pronto soccorso. È una metafora rumorosa di una scarsa intelligenza pratica, di quell’incapacità di collegare causa ed effetto anche quando l’effetto è sotto forma di garza e amputazione. Non è fatalità, non è tradizione, non è destino cinico e baro. È una scelta. Ripetuta.

Forse l’unico vero spirito maligno da scacciare a Capodanno non è la sfortuna dell’anno vecchio, ma l’idea tossica che il rischio inutile sia una forma di valore. Finché non lo capiremo, continueremo a salutare l’anno nuovo con un botto. E a contare, il giorno dopo, dita, ferite e occasioni perse.

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