3 Luglio 2026, venerdì
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Isee, casa “fuori conto” fino a 200mila euro nelle grandi città. E sul lavoro arriva la norma che limita i risarcimenti ai datori

Manovra, spuntano correttivi su welfare e lavoro: più spazio alle case nelle metropoli e scudo per chi applica i contratti collettivi

La manovra di bilancio si arricchisce di due interventi destinati a far discutere, entrambi approvati in commissione Bilancio al Senato e ora all’esame dell’Aula. Da un lato, un significativo allargamento delle maglie dell’Isee per chi vive nelle grandi aree urbane; dall’altro, una norma che incide sui contenziosi per le retribuzioni giudicate troppo basse, ridisegnando i confini della responsabilità degli imprenditori.

Isee, tetto più alto per la casa nelle città metropolitane

La prima novità riguarda il patrimonio immobiliare ai fini Isee. La legge di bilancio già prevede un aumento della soglia di valore dell’abitazione principale esclusa dal calcolo: si passa dai precedenti 52.500 euro a 91.500 euro, con un incremento ulteriore di 2.500 euro per ogni figlio convivente successivo al primo.

In sede di esame parlamentare, però, è stato introdotto un ulteriore correttivo pensato per i grandi centri urbani, dove i prezzi delle case sono notoriamente più elevati. Per i nuclei familiari residenti nei comuni capoluogo delle città metropolitane, il valore dell’abitazione principale che non concorre alla determinazione dell’Isee potrà arrivare fino a 200mila euro.

La misura riguarda, tra le altre, Roma Capitale, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Reggio Calabria, Cagliari, Catania, Messina, Palermo e Sassari. L’obiettivo dichiarato è rendere l’indicatore più aderente alla realtà dei mercati immobiliari metropolitani e ampliare l’accesso a prestazioni e agevolazioni sociali per famiglie che, pur proprietarie di un immobile, hanno redditi medio-bassi.

Retribuzioni e contenziosi: la stretta sui risarcimenti

Il secondo intervento si muove sul terreno, delicato, delle tutele del lavoro. Una modifica approvata in commissione introduce una sorta di “salvaguardia” per i datori di lavoro che, pur finiti davanti a un giudice per retribuzioni ritenute inadeguate, abbiano applicato i parametri previsti da alcuni contratti collettivi.

In concreto, nei casi in cui un tribunale stabilisca che il trattamento economico non rispetta i principi dell’articolo 36 della Costituzione — che impone una retribuzione proporzionata e sufficiente — l’imprenditore non sarà obbligato a versare le differenze salariali se dimostra di essersi attenuto agli standard fissati dai contratti collettivi di riferimento.

La norma interviene dunque in un’area segnata da orientamenti giurisprudenziali non sempre uniformi. Non a caso, il Servizio Studi del Parlamento, nel suo dossier, invita a “valutare l’opportunità di chiarire” la portata giuridica di questi riferimenti, proprio alla luce delle interpretazioni dei giudici in materia di giusta retribuzione.

Un equilibrio ancora da definire

Nel loro insieme, le due misure mostrano il tentativo di calibrare la manovra su nodi strutturali del Paese: il costo della vita nelle metropoli e il rapporto tra contrattazione collettiva, salari e tutela costituzionale del lavoro. Resta ora il passaggio in Aula e, soprattutto, il banco di prova dell’applicazione concreta, dove si misurerà l’equilibrio tra sostegno alle famiglie, certezze per le imprese e diritti dei lavoratori.

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