L’attacco alla sede torinese de La Stampa, avvenuto durante la manifestazione filopalestinese del 28 novembre, continua a scuotere il mondo politico, istituzionale e giornalistico. Un gruppo di circa un centinaio di attivisti, staccatosi dal corteo principale, ha raggiunto l’edificio del quotidiano trasformando una protesta di piazza in una vera e propria incursione violenta. Letame lanciato contro l’ingresso, muri imbrattati da scritte accusatorie e vandalismi all’interno della redazione hanno segnato una giornata che resta come una delle più gravi intimidazioni alla stampa italiana degli ultimi anni.
La redazione, in quel momento vuota perché i giornalisti avevano aderito allo sciopero indetto dalla Fnsi, è stata devastata in pochi minuti. A rivendicare l’azione è stato il collettivo Ksa, Kollettivo studentesco autonomo, che ha motivato il blitz accusando La Stampa di aver presentato Mohamed Shahin come «uno spaventoso terrorista». Il riferimento è legato alla vicenda del quarantasettenne imam egiziano, espulso dal Viminale e trasferito nel Cpr di Caltanissetta, considerato dalla polizia una minaccia concreta e attuale per la sicurezza dello Stato. La sua situazione ha alimentato un acceso confronto politico: mentre il centrodestra ha difeso la scelta del Ministero dell’Interno, l’opposizione ha chiesto con un’interpellanza alla Camera di fermare il rimpatrio. Shahin sostiene di rischiare la vita in Egitto e ha richiesto la protezione internazionale.
L’assalto alla redazione non ha lasciato indifferenti le istituzioni, che hanno fatto confluire in poche ore un’ondata di solidarietà e condanna bipartisan. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fatto pervenire al direttore Andrea Malaguti e all’intera redazione un messaggio di vicinanza, accompagnato da una ferma condanna per la violenta irruzione. Un gesto che sottolinea la gravità dell’accaduto e il ruolo centrale della stampa in un sistema democratico.
Poche ore dopo è arrivata anche la telefonata della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha espresso al direttore e a tutti i giornalisti de La Stampa la sua solidarietà. Meloni ha definito l’assalto «un fatto gravissimo che merita la più assoluta condanna», ribadendo come la libertà di stampa e informazione rappresenti «un bene prezioso da difendere e tutelare ogni giorno». Un messaggio inequivocabile, proveniente dal vertice del governo, che si aggiunge alla reazione compatta del Parlamento e delle forze politiche.
Accanto alla presidente del Consiglio si è schierata anche la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, che ha telefonato ad Andrea Malaguti definendo l’irruzione «un atto grave e inaccettabile». Schlein ha ricordato che ogni redazione è «un presidio di libertà e democrazia», sottolineando l’urgenza di respingere qualsiasi tentativo di intimidazione nei confronti di chi informa il Paese.
La condanna bipartisan evidenzia la consapevolezza, condivisa da tutte le istituzioni, che l’assalto alla sede de La Stampa non sia un semplice episodio di cronaca, ma un campanello d’allarme per l’intero sistema democratico. Un attacco fisico alla redazione di un quotidiano è un attacco simbolico al diritto di informare e di essere informati, un diritto che non appartiene solo ai giornalisti, ma alla collettività.
Mentre le forze dell’ordine proseguono le indagini per individuare i responsabili dell’irruzione, la redazione del quotidiano torinese si prepara a riprendere il lavoro tra muri imbrattati e spazi danneggiati. Una ripartenza che avrà inevitabilmente il sapore della resistenza civile, nel segno di quella libertà di stampa che, come ha ricordato la presidente del Consiglio, va difesa ogni giorno, soprattutto quando viene messa alla prova.
