3 Luglio 2026, venerdì
HomeItaliaCronacaFamiglia nel bosco, il ministero smentisce i rilievi dei giudici: “Obbligo scolastico...

Famiglia nel bosco, il ministero smentisce i rilievi dei giudici: “Obbligo scolastico rispettato”

Nuovi documenti ribaltano parte della ricostruzione sull’istruzione dei tre bambini allontanati dal Tribunale dei minori. L’avvocato accusa: “Un atto ufficiale non è mai arrivato ai giudici”. Intanto la madre vive con i figli in una comunità protetta. Salvini interviene: “Sono a disposizione”.

Il caso della famiglia che viveva in una casa isolata nei boschi di Palmoli, nel Chietino, continua a intrecciare piani giudiziari, istituzionali e politici, mentre emergono nuovi elementi capaci di modificare – almeno in parte – la percezione pubblica della vicenda. Al centro del dibattito c’è l’istruzione dei tre figli minori, una delle contestazioni che hanno portato il Tribunale dei minori dell’Aquila a disporre l’allontanamento dei bambini dai genitori.

A distanza di pochi giorni dall’esecuzione del decreto, il ministero dell’Istruzione e del merito interviene con una nota che, di fatto, smentisce l’ipotesi secondo cui la famiglia non avrebbe assolto l’obbligo scolastico. “Risulta regolarmente espletato – si legge – attraverso l’educazione domiciliare legittimata dalla Costituzione e dalle normative vigenti, con il supporto di una scuola autorizzata”. Una precisazione non marginale, confermata dal dirigente scolastico competente tramite l’Ufficio scolastico regionale.

Una dichiarazione che arriva mentre la difesa della coppia – rappresentata dall’avvocato Giovanni Angelucci, consigliere comunale della Lega a Vasto – presenta un documento destinato a pesare sul ricorso annunciato contro il provvedimento dei giudici.

Il documento che cambia il quadro scolastico

Il legale sostiene infatti che esista un atto ufficiale, datato 12 ottobre e protocollato il 3 novembre 2025, con cui l’Istituto comprensivo di riferimento autorizza formalmente i genitori a ricorrere all’istruzione parentale per l’anno scolastico in corso e ratifica l’idoneità già conseguita dalla figlia maggiore.

Un’autorizzazione, dunque, rilasciata prima dell’emanazione del decreto del Tribunale, che nelle sue motivazioni lamentava proprio la mancanza di tale permesso, insieme alla presunta irregolarità dell’attestato ottenuto presso una scuola paritaria.

Angelucci parla apertamente di un “cortocircuito istituzionale” e accusa: “Quel documento non è mai arrivato ai giudici perché non è stato trasmesso. L’assistente sociale, da quanto ci risulta, lo ha tenuto nel cassetto”. Il legale afferma di aver ricevuto l’atto solo il giorno dell’esecuzione del decreto, consegnato dal sindaco.

Una circostanza che, se confermata, potrebbe diventare uno snodo decisivo nel ricorso. “Se fosse stato agli atti – osserva l’avvocato – forse la decisione sarebbe stata diversa, o almeno diverse sarebbero state le motivazioni”.

Le condizioni abitative e il percorso di adeguamento

Accanto al capitolo educativo rimane centrale il tema delle condizioni igienico-sanitarie dell’abitazione, uno dei punti principali dell’allarme sollevato dai servizi sociali.

Nella relazione dell’Ecad di Monteodorisio, risalente a luglio, la famiglia viene descritta come un nucleo “a rischio di grave emarginazione sociale”, privo di abitabilità dello stabile, senza servizi igienici e utenze attive, con genitori senza entrate fisse e bambini non inseriti in contesti scolastici, ricreativi o sportivi.

La difesa ribatte sottolineando che un percorso di adeguamento era già stato avviato: “Un tecnico incaricato stava progettando un bagno esterno con sistema di fitodepurazione, una soluzione ecologica e conforme alla normativa”, dichiara Angelucci. Il legale precisa inoltre che la famiglia aveva rifiutato i fondi pubblici messi a disposizione dal Comune per la riqualificazione dell’abitazione, “perché non vogliono assistenzialismo e intendono sostenere le spese autonomamente”.

Le cure mediche, i 50 mila euro e la linea difensiva

Nel decreto compare anche una richiesta definita “provocatoria” di 50 mila euro per ciascun figlio, oltre al presunto rifiuto delle cure sanitarie. L’avvocato ridimensiona: “Era una provocazione intellettuale, nata in un momento di esasperazione”.

Quanto agli aspetti sanitari, la difesa parla di una disponibilità condizionata: “I genitori non si oppongono alle visite necessarie, purché non si tratti di esami invasivi o traumatici. Non rifiutano il sistema sanitario, chiedono soltanto garanzie di tutela per i bambini”.

La vita nella struttura protetta

A seguito dell’allontanamento, la madre, Catherine Birmingham, vive ora con i tre figli in una struttura protetta di Vasto. Il padre, Nathan Trevallion, può incontrarli solo per brevi momenti ogni giorno.

“La situazione è estremamente difficile”, riferisce il legale. Nella comunità vigono regole rigide, i bambini dormono in stanze separate e la routine quotidiana è profondamente diversa da quella vissuta a Palmoli. “Il nostro obiettivo resta quello di riunire la famiglia quanto prima”, afferma Angelucci.

L’intervento di Salvini e il coinvolgimento del governo

La vicenda ha assunto una dimensione politica dopo il contatto diretto tra Matteo Salvini e l’avvocato della famiglia.

“È stato il ministro Salvini a cercarmi”, racconta Angelucci. “Mi ha espresso la vicinanza sua, della presidenza del Consiglio e del governo alla famiglia, e si è detto disponibile per qualsiasi necessità”.

Il vicepremier avrebbe inoltre informato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, chiedendo alla difesa una serie di documenti e approfondimenti sulla vicenda.

Un intervento che sottolinea quanto il caso sia ormai diventato un tema di rilevanza nazionale, toccando questioni sensibili come i limiti dell’intervento dei servizi sociali, l’interpretazione dell’istruzione parentale e i diritti delle famiglie che scelgono modelli di vita alternativi.

La relazione dei servizi sociali e il nodo dell’“unschooling”

Nella relazione dell’Ecad, gli assistenti sociali descrivono un quadro di forte isolamento: assenza di interazioni sociali frequenti, mancanza di attività strutturate per i minori e applicazione dei principi dell’unschooling, un modello educativo informale che esclude la scuola tradizionale.

Secondo il documento, i bambini non potevano frequentare liberamente altri coetanei “perché influenzabili”, un elemento che i servizi interpretano come un fattore di rischio per lo sviluppo relazionale.

Una diagnosi delicata, riassunta in un’espressione che pesa come un marchio: “grave emarginazione sociale”, pur con la precisazione “da verificare”, come indicato nella relazione.

Una vicenda ancora aperta

La storia della “famiglia del bosco” resta dunque sospesa tra accertamenti tecnici, responsabilità istituzionali e un clima emotivo carico, mentre l’opinione pubblica si divide fra chi vede nella decisione del tribunale una necessaria tutela dei minori e chi interpreta l’intervento come un’ingerenza eccessiva dello Stato in un modello di vita non convenzionale.

Il ricorso, che la difesa annuncia basato soprattutto sulla valutazione degli atti formali e sulla loro corretta trasmissione, potrebbe rimettere in discussione almeno una parte delle decisioni assunte.

Per ora, l’unica certezza è che il caso, nato da una segnalazione dei servizi sociali, si è trasformato in un banco di prova sul rapporto fra libertà educativa, condizioni di vita alternative e responsabilità pubbliche nella protezione dei minori. Una vicenda destinata, con tutta probabilità, a far discutere ancora a lungo.

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti