Matteo Berrettini apre la finale della Coppa Davis con il passo sicuro dei giorni migliori. Sul velo di tensione che accompagna ogni ultimo atto, il romano mette subito le mani sul duello contro Pablo Carreno Busta, piegandolo in due set, 6-3 6-4, in un’ora e diciassette minuti che avvicinano l’Italia a un traguardo storico: la terza Davis consecutiva. Adesso tutto passa nelle mani di Flavio Cobolli, chiamato a chiudere i conti contro Jaume Munar.
La partita si accende presto, ma Berrettini sceglie la via della solidità. L’avvio è equilibrato: lo spagnolo, più sciolto nei primi turni di battuta, sembra pronto a reggere lo scambio sul piano dell’ordine e della regolarità. Ma sul 4-3 l’italiano cambia passo. Trova profondità, varia traiettorie, entra aggressivo sulla seconda di servizio e strappa il break che indirizza il set. Con il 5-3 in tasca, completa l’opera al servizio e incassa il primo parziale.
Il secondo set parte in salita. Carreno Busta ha subito due palle break e regge, affidandosi all’esperienza e a un tennis lineare, che mira a far scorrere via la tensione. L’equilibrio resiste fino al 4-4, quando Berrettini torna a bussare alla porta del match: un altro break, costruito con pazienza e lucidità, gli spalanca il 5-4. La chiusura è un esercizio di gestione emotiva: servizio preciso, ritmo tenuto, nessun tremito. Arriva il 6-4 che vale l’1-0 Italia e un pezzo di finale già scritto.
Berrettini però non festeggia più del dovuto. Ai microfoni di SuperTennis lascia trasparire emozione e pragmatismo, quasi a voler tenere l’adrenalina sotto controllo. «Non ci si abitua mai a tutto questo e non voglio abituarmi. Sono super felice, ma dobbiamo restare con i piedi per terra perché ora c’è Flavio», racconta con la voce ancora calda di partita. «Stamattina ero teso, com’è giusto che sia. Il risultato è la cosa più importante: è andata bene e ora andiamo avanti. Non importa chi scende in campo o chi sta a casa: la squadra è lunga, siamo tanti a giocare bene e a cercare di dare tutto. Ora forza Flavio e daje».
Poi concede un ultimo sguardo al lato più intimo di questa sfida. «La cosa più bella è stata sentire il calore della gente, le emozioni. Cantare l’inno fa sempre vibrare qualcosa dentro, ho usato quell’energia nei momenti più complicati. Sono rimasto composto e questa è stata la chiave. Ora spero che serva solo un’altra partita: il tempo di una doccia e andrò a fare il tifo».
Il resto è affidato a Cobolli. Una vittoria contro Munar trasformerebbe l’1-0 in un abbraccio collettivo, chiuderebbe la finale e consegnerebbe all’Italia un capitolo irripetibile della sua storia sportiva. L’insalatiera, per ora, è lì: lucida, vicina, quasi a portata di mano.
