3 Luglio 2026, venerdì
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Caso Yara, svolta per la difesa di Bossetti: dopo sei anni arrivano le copie integrali del Dna

Consegnato un hard disk con migliaia di campioni genetici, elettroferogrammi e documentazione Ris: il materiale riguarda l’identificazione di “Ignoto 1”, la prova che portò alla condanna all’ergastolo del muratore di Mapello.

A distanza di sei anni dall’ultima richiesta formale, la difesa di Massimo Bossetti ha finalmente ottenuto l’accesso completo ai dati genetici raccolti durante le indagini sull’omicidio di Yara Gambirasio. È un passo che i legali attendevano da tempo, considerato decisivo per avviare nuove verifiche indipendenti su quella che è stata la prova cardine del processo: il profilo genetico denominato “Ignoto 1”.

Il materiale, consegnato in un hard disk, contiene l’intero corpus delle analisi svolte dai carabinieri del Ris di Parma. Non solo gli elettroferogrammi e i grafici delle tracce di Dna, ma anche la documentazione fotografica che accompagnò la lunga e complessa attività investigativa. Un archivio che si presenta imponente, fatto di migliaia di campioni genetici raccolti per anni nella zona di Brembate e nei comuni limitrofi, nel tentativo di identificare il responsabile dell’uccisione della tredicenne.

Per i difensori del muratore di Mapello, condannato all’ergastolo in via definitiva, si tratta di un risultato atteso e considerato indispensabile. L’intenzione è quella di affidare i dati a laboratori e consulenti esterni, per sottoporli a nuove analisi. Un lavoro che si annuncia lungo e complesso, come riconoscono gli stessi legali, dato l’enorme volume di materiale da esaminare e la tecnicità degli elementi genetici coinvolti.

Per comprendere la portata di questo passaggio occorre tornare alle origini dell’inchiesta. Yara Gambirasio scomparve il 26 novembre 2010; il suo corpo fu ritrovato tre mesi più tardi in un campo di Chignolo d’Isola. Da quel momento prese avvio una delle più vaste campagne di analisi genetica mai condotte in Italia: migliaia di campioni prelevati sul territorio, confronti incrociati, ricostruzioni genealogiche che portarono gli investigatori a isolare un profilo estraneo al nucleo familiare della vittima. Quel profilo, ribattezzato “Ignoto 1”, venne individuato sugli indumenti della ragazza e divenne il punto di svolta dell’indagine.

La ricerca del portatore di quel Dna inaugurò un lavoro di ricostruzione familiare che, passo dopo passo, condusse a Bossetti. È su questa base scientifica che poggia gran parte della vicenda giudiziaria culminata con la condanna definitiva del muratore bergamasco.

L’accesso ai dati genetici rappresenta ora, per la difesa, una possibilità di riesame che potrebbe aprire nuovi scenari, quantomeno sul piano delle valutazioni tecniche. Nessuna certezza, ma un terreno su cui gli avvocati intendono muoversi con la cautela e la determinazione di chi da anni sostiene la necessità di una revisione degli accertamenti.

Nel frattempo, il materiale consegnato segna un nuovo capitolo in uno dei casi più complessi e più discussi della cronaca giudiziaria italiana recente. Un capitolo che rimette al centro la questione del Dna e delle sue interpretazioni, la stessa che, oltre dieci anni fa, segnò un punto di svolta nelle indagini sulla morte di Yara.

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