L’Aula di Montecitorio si trasforma ancora una volta in terreno di scontro politico e simbolico. Al centro della polemica, le parole del vicepresidente della Camera Giorgio Mulè (Forza Italia), che aveva accusato il deputato Leonardo Donno, esponente del Movimento 5 Stelle, di aver picchiato un assistente parlamentare durante una delle turbolente sedute di giugno scorso. Un’accusa mai provata e definita dal M5S “una menzogna diffamatoria”.
Nonostante ciò, la Camera — con un’ampia maggioranza di voti favorevoli — ha deliberato che le dichiarazioni di Mulè rientrano nel perimetro dell’insindacabilità parlamentare, sancendo che esse rientrano nell’esercizio delle funzioni del deputato. In altre parole, non saranno oggetto di alcuna conseguenza giudiziaria.
Una decisione che ha scatenato la reazione furiosa dei 5 Stelle. “Mulè di Forza Italia mente accusando il nostro Leonardo Donno di aver picchiato un assistente parlamentare e l’aula, con ampia maggioranza, vota per l’insindacabilità. Come se parlassimo di opinioni e non di menzogne diffamatorie. Che bella la casta che si protegge!” ha scritto sui social Chiara Appendino, deputata ed ex sindaca di Torino.
A rincarare la dose, l’intervento del collega Antonino Iaria, che ha pubblicato la foto dell’esito del voto: “Il vicepresidente della Camera Mulè può davvero permettersi di accusare falsamente il mio collega Leonardo Donno di aver picchiato un commesso, senza subire alcuna conseguenza? Purtroppo sì! Come si vede nella foto, maggioranza, PD e AVS lo hanno salvato.”
Iaria ha poi proseguito con un’affermazione che fotografa il tono e il senso politico dello scontro: “Dire il falso e rilanciarlo non è opinione politica insindacabile, è diffamazione a mezzo stampa. Il Movimento 5 Stelle non è come tutti gli altri e lo vedete bene oggi. Ma se l’italiano medio vuole questo, si merita il Paese in crisi economica e sociale in cui stiamo vivendo.”
Dietro le parole, però, si intravede un tema ben più profondo: quello dei limiti dell’immunità parlamentare e dell’uso politico dell’insindacabilità. Per i 5 Stelle, la decisione dell’Aula rappresenta l’ennesima prova di un sistema che tutela sé stesso, anche a costo di legittimare accuse infondate. Per i partiti di maggioranza — e per parte dell’opposizione — si tratta invece del rispetto delle prerogative costituzionali dei parlamentari, un principio cardine della democrazia rappresentativa.
La vicenda, insomma, va oltre lo scontro personale tra Mulè e Donno. Riapre una discussione mai sopita sul confine tra libertà di parola e responsabilità politica, tra tutela delle istituzioni e diritto alla verità. E ricorda, ancora una volta, quanto sottile possa essere la linea che separa la difesa delle funzioni parlamentari dal senso di impunità che troppo spesso aleggia nei palazzi della politica.
