8 Luglio 2026, mercoledì
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L’Iraq alle urne: un voto decisivo per il nuovo Parlamento e gli equilibri del potere

Oltre 7.700 candidati, quasi un terzo donne, in corsa per i 329 seggi. Le elezioni parlamentari ridisegneranno la mappa politica del Paese e apriranno la partita per la formazione del governo e la scelta del nuovo premier.

Alle sette del mattino, ora locale – le cinque in Italia – l’Iraq ha aperto le urne per una delle consultazioni più delicate e attese della sua recente storia democratica. Si vota per eleggere i 329 membri del Parlamento, che resteranno in carica per i prossimi quattro anni. Ma in gioco non c’è solo la composizione dell’Assemblea: dal risultato di queste legislative dipenderanno gli equilibri futuri del potere, la formazione del nuovo governo e la nomina del presidente della Repubblica.

Quest’ultima figura, di natura prevalentemente cerimoniale, secondo la consuetudine politica irachena spetterà a un rappresentante curdo. Sarà invece frutto di intense trattative tra le forze sciite la scelta del primo ministro, la figura che detiene il reale potere esecutivo nel Paese. Come da tradizione, la fase successiva al voto sarà segnata da negoziati complessi e alleanze variabili, spesso decisive per la nascita di governi di compromesso.

Al voto partecipano oltre 7.700 candidati, una cifra che restituisce la vivacità – e la frammentazione – del panorama politico iracheno. Di questi, quasi un terzo sono donne: una presenza significativa che riflette l’impegno, sancito dalla legge, di garantire una maggiore rappresentanza femminile. La normativa elettorale impone infatti che almeno il 25% dei seggi parlamentari sia riservato alle candidate, una misura che, pur nata come correttivo, sta contribuendo a cambiare il volto della politica nazionale.

Il sistema di quote prevede inoltre nove seggi riservati alle minoranze etniche e religiose, tra cui cristiani, yazidi, shabak e sabei, a testimonianza di un equilibrio fragile ma necessario in un Paese ancora attraversato da tensioni identitarie e rivalità settarie.

Il voto di oggi rappresenta dunque un banco di prova per la democrazia irachena, ancora alla ricerca di stabilità dopo anni segnati da conflitti, proteste e crisi economiche. Sullo sfondo, la sfida di un Paese chiamato a consolidare le proprie istituzioni e a ricostruire la fiducia dei cittadini nella politica, in un contesto regionale sempre più complesso.

La partecipazione, l’affluenza e la reazione delle principali coalizioni saranno i primi segnali per comprendere quale direzione prenderà l’Iraq nei prossimi anni: se verso una continuità faticosa o verso un rinnovamento capace di rispondere alle istanze di una società giovane, connessa e desiderosa di cambiamento.

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