15 Luglio 2026, mercoledì
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Cori fascisti a Parma, Crosetto: “Quelle persone vanno prese a calci” ma il caso scuote Fratelli d’Italia

Il ministro della Difesa condanna i cori nostalgici nella sede del partito a Parma, commissariata dopo la diffusione del video. Ma le opposizioni chiedono un’assunzione di responsabilità diretta da parte di Giorgia Meloni, mentre le ambiguità interne – dalle parole di Santanchè al silenzio della premier – tornano a far discutere.

A cura di Daniele Cappa

Il video girato nella sede di Fratelli d’Italia di Parma nel giorno dell’anniversario della marcia su Roma – il 28 ottobre – mostra un gruppo di militanti che intona cori inneggianti al Duce. Le immagini, diventate virali in poche ore, riportano d’attualità un nodo che il partito di Giorgia Meloni non è mai riuscito a sciogliere del tutto: il rapporto con la propria matrice neofascista, mai completamente ripudiata, spesso minimizzata.

A intervenire con durezza è stato il ministro della Difesa Guido Crosetto, tra i fondatori di Fratelli d’Italia, che da Napoli – durante un’iniziativa elettorale a sostegno di Edmondo Cirielli – ha dichiarato:
Quei cori si commentano da soli. Sono qualcosa che nulla ha a che fare con Fratelli d’Italia: quelle persone vanno prese a calci e mandate via”.

Parole nette, certo. Ma resta l’interrogativo: Crosetto condanna davvero il contenuto di quei cori o semplicemente il fatto che siano stati resi pubblici? La domanda rimbalza tra le opposizioni e anche tra diversi osservatori di destra, consapevoli che il problema non è soltanto disciplinare, ma politico e culturale.

Già nelle ore precedenti, Giovanni Donzelli, responsabile dell’organizzazione del partito, aveva annunciato di aver commissariato la federazione provinciale di Parma “ben prima che il video venisse pubblicato”. “Da noi chi sbaglia paga”, ha detto. Ma la tempistica solleva qualche dubbio: si è trattato di una reale presa di distanza o di una mossa preventiva per arginare un danno d’immagine già previsto?

A sinistra la condanna è unanime. L’europarlamentare Alessandro Zan (Pd) attacca frontalmente Meloni:
A Parma, nella sede di Fratelli d’Italia, si cantano cori inneggianti al duce. Meloni può raccontare di aver archiviato il passato, ma quando il fascismo risuona dentro le sedi del suo partito significa che quel passato non è mai stato espulso, solo nascosto dietro una facciata istituzionale. Il commissariamento non basta: la presidente del Consiglio condanni subito quanto accaduto”.

Parole che centrano il punto politico. Perché se il partito al governo vuole essere credibile nel presentarsi come forza conservatrice europea, non può continuare a convivere con nostalgie del Ventennio. Eppure, a più riprese, Fratelli d’Italia è stato attraversato da episodi e dichiarazioni che rievocano quel passato con disinvoltura.

Non molto tempo fa, la ministra del Turismo Daniela Santanchè, durante un convegno, ha rivendicato di essere “orgogliosamente fascista”. Parole che non provocarono allora alcuna censura interna, né da parte della premier, né dai vertici del partito. L’episodio, rimosso in fretta dall’agenda politica, torna oggi a pesare come un precedente imbarazzante.

In più occasioni, singoli esponenti di Fratelli d’Italia sono stati immortalati con cimeli del Ventennio, saluti romani o travestimenti da SS. Episodi isolati, ma ricorrenti, che mettono in crisi la narrativa della “destra moderna” che Meloni cerca di accreditare sulla scena internazionale.

La premier, che da sempre evita di definirsi “antifascista”, preferendo ribadire il rispetto per la Costituzione repubblicana, ha finora mantenuto un profilo di silenzio. Ma il caso di Parma, amplificato dalle parole di Crosetto e dalle critiche dell’opposizione, riaccende un conflitto interno irrisolto: quello tra l’immagine istituzionale del partito e le pulsioni identitarie di una parte della base.

Nel frattempo, Crosetto tenta di chiudere la vicenda con toni di fermezza. Ma la domanda resta sospesa: se quei cori “si commentano da soli”, perché il partito continua a trovarsi ciclicamente a doverli commentare?

In assenza di una condanna esplicita da parte di Giorgia Meloni, il rischio è che la linea della fermezza si riduca a un esercizio di facciata. E che la vera questione – quella culturale e politica – resti, come sempre, irrisolta.

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