Il mondo dell’arte piange Mimmo Jodice, uno dei più grandi fotografi italiani e tra i protagonisti assoluti della scena internazionale. Si è spento a 91 anni a Napoli, la città che lo ha visto nascere, crescere e che ha nutrito la sua poetica per oltre mezzo secolo. Con il suo obiettivo, Jodice ha saputo catturare l’anima del Mediterraneo, le contraddizioni e la bellezza struggente di Napoli, i silenzi delle architetture e la forza simbolica dei volti.
Considerato un maestro della fotografia d’avanguardia, Jodice ha attraversato la storia dell’arte contemporanea dialogando con alcuni dei più grandi artisti del Novecento. Le sue immagini, rigorose e sospese, hanno ridefinito il linguaggio fotografico italiano, elevandolo a forma d’arte autonoma e riconosciuta nel panorama mondiale.
Nato nel 1934 nel Rione Sanità, cuore popolare e pulsante di Napoli, Jodice si avvicina alla fotografia negli anni Cinquanta, quasi per caso, ma ben presto ne intuisce la potenza espressiva. La sua ricerca si afferma negli anni Sessanta, quando entra in contatto con il vivace ambiente artistico napoletano animato dal gallerista Lucio Amelio. È in quel contesto che stringe rapporti di collaborazione e amicizia con figure come Andy Warhol, Sol LeWitt, Joseph Beuys, Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis e Alberto Burri, contribuendo a definire un linguaggio visivo capace di fondere sperimentazione, concettualismo e impegno civile.
Negli anni Settanta e Ottanta, Jodice diventa punto di riferimento per la fotografia italiana. Le sue immagini in bianco e nero, caratterizzate da una straordinaria precisione formale e da una luce densa e metafisica, raccontano una Napoli sospesa tra passato e modernità, tra sacro e profano. Ma la sua visione va ben oltre i confini della città: il suo Mediterraneo è luogo dell’anima, spazio della memoria e del mito, in cui convivono la pietra e il mare, il tempo e la storia.
La consacrazione internazionale arriva con una serie di mostre personali nei più prestigiosi musei del mondo. Nel 1995 il Philadelphia Museum of Art gli dedica una grande retrospettiva, seguita nel 1998 da quella alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi. Le sue opere entrano nelle collezioni permanenti di istituzioni come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra, il Centre Pompidou di Parigi e il MAXXI di Roma.
La fotografia di Jodice, pur nella sua apparente immobilità, è profondamente dinamica: ogni immagine è un racconto sospeso tra il visibile e l’invisibile, tra la materia e lo spirito. “Fotografare – amava dire – è un modo di pensare”. Un pensiero che ha saputo trasformare l’atto tecnico in gesto poetico, la documentazione in rivelazione.
Negli ultimi decenni, pur lontano dalla frenesia del sistema artistico, Jodice ha continuato a lavorare e a insegnare, formando generazioni di fotografi e trasmettendo loro un’idea di arte come ricerca interiore e testimonianza civile.
La sua Napoli lo ha sempre accompagnato: dalle vedute del porto ai vicoli del centro storico, dai volti della gente comune alle rovine archeologiche, la città è stata per lui un organismo vivente, teatro di memoria e di trasformazione.
Con la sua scomparsa, l’Italia perde un testimone lucido e poetico del Novecento e un interprete raffinato della contemporaneità. Ma resta la sua eredità immensa: un patrimonio di immagini che continuano a parlare al presente, ricordando che la fotografia, quando è arte, non mostra soltanto il mondo, ma lo rivela.
