6 Ottobre 2026, martedì
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Netanyahu rivendica il diritto di veto sui controlli a Gaza: “Israele non chiederà permessi per difendersi”

Il premier israeliano ribadisce la piena autonomia nelle decisioni militari e di sicurezza. Mentre a Gaza non si fermano i bombardamenti nonostante la tregua, cresce il dibattito internazionale sul futuro della Striscia. Il cardinale Pizzaballa: “La pace non è solo silenzio delle armi, ma capacità di ascolto reciproco”.

Benjamin Netanyahu torna a marcare la linea dura sul futuro della sicurezza nella Striscia di Gaza. Durante una riunione del gabinetto di governo, il premier israeliano ha dichiarato che Israele avrà “il diritto di veto sui membri della forza di sicurezza” che sarà chiamata a operare nel territorio palestinese dopo il conflitto. Una presa di posizione che ribadisce la volontà di mantenere un controllo diretto su ogni possibile assetto di sicurezza nel dopoguerra.

“Israele è uno Stato indipendente e non ha bisogno di alcun via libera per colpire i propri nemici. La nostra politica di sicurezza è nelle nostre mani”, ha detto Netanyahu, sottolineando ancora una volta l’autonomia decisionale del suo governo di fronte a pressioni e mediazioni internazionali.

Le dichiarazioni arrivano in un momento di tregua fragile e continuamente violata. Nelle ultime ore, l’esercito israeliano ha compiuto un attacco con droni su Gaza, uccidendo – secondo quanto riferito da fonti militari – un membro della Jihad islamica. Nonostante il cessate il fuoco formalmente in vigore, l’Organizzazione mondiale della sanità segnala che almeno 89 persone sono rimaste uccise nella Striscia dall’inizio della tregua, evidenziando quanto la situazione umanitaria resti drammatica.

Sul fronte opposto, da Gaza il leader di Hamas Khalil al-Hayya, in un’intervista esclusiva ad Al Jazeera, ha collegato la presenza delle armi del movimento islamista all’“occupazione e aggressione israeliana”. “Se l’occupazione dovesse finire, queste armi verrebbero consegnate allo Stato”, ha affermato, lasciando intendere che il disarmo di Hamas è subordinato a una soluzione politica e territoriale della crisi.

La vicenda torna anche al centro del dibattito internazionale. L’ex presidente statunitense Donald Trump ha esortato Hamas a “restituire rapidamente i corpi degli ostaggi morti, inclusi due americani”, avvertendo che, in caso contrario, “i Paesi coinvolti nel processo di pace agiranno”.

In questo scenario teso e incerto, arriva l’appello del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, che invita a riflettere sul significato profondo della parola pace. “La pace non è la tregua”, ha detto, “ma la capacità di ascoltare le ragioni dell’altro”. Un richiamo al dialogo e alla comprensione reciproca che risuona come monito in un contesto in cui, al di là delle operazioni militari, sembra ancora lontano un percorso politico condiviso.

Mentre la diplomazia internazionale cerca nuovi margini di mediazione, le parole di Netanyahu confermano una realtà: Israele intende mantenere il pieno controllo delle decisioni che riguardano la sua sicurezza, anche in una fase che dovrebbe preludere alla ricostruzione e al ritorno alla normalità per milioni di civili palestinesi. La tregua, per ora, resta solo una pausa armata in un conflitto che non trova ancora una via d’uscita stabile e condivisa.

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