A cura di Daniele Cappa
Roma – Il lessico della politica italiana vive giorni di turbolenza. In un’Aula della Camera tesa, attraversata da nervosismi e interpretazioni divergenti, è la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a occupare il centro del dibattito, accusata di aver paragonato le opposizioni a Hamas. Lei nega con decisione, ma non rinuncia a rilanciare con toni tutt’altro che distensivi: “Chi conosce la lingua italiana sa che non ho mai accusato l’opposizione di essere terrorista o peggiore di Hamas”.
Una precisazione che non spegne l’incendio, ma lo alimenta. Il riferimento è alle dichiarazioni pronunciate nei giorni scorsi dallo stesso premier, secondo cui le opposizioni, in occasione della votazione sul piano di pace per Gaza, “hanno assunto una posizione più fondamentalista persino di quella di Hamas”. La frase ha fatto immediatamente il giro del Parlamento, delle redazioni e dei social network, generando accuse trasversali e richieste di chiarimenti.
Nel suo intervento alla Camera, Meloni ha cercato di spiegare meglio il senso delle sue parole: “Ho detto che vi eravate rifiutati di sostenere in Parlamento il piano di pace per Gaza, sottoscritto poi da Hamas. E che la vostra posizione è stata più fondamentalista persino di quella di Hamas”. Una dichiarazione che, nelle intenzioni della premier, avrebbe voluto mettere in luce l’intransigenza delle opposizioni, ree, a suo dire, di non aver appoggiato un documento che, seppur sottoscritto successivamente anche da Hamas, rappresentava un tentativo di avvicinamento alla pace.
Meloni si appella alla semantica per giustificare la durezza delle sue parole. “È possibile che a sinistra non si comprenda il significato della parola ‘cortigiana’, ma spero che si conosca almeno il significato della parola ‘fondamentalista’: chi sostiene intransigentemente una dottrina senza ammettere mediazioni e compromessi. Che è quello che avete fatto”, ha affermato, riaccendendo la tensione tra i banchi dell’opposizione.
Il termine “fondamentalista”, tuttavia, non è neutro. In ambito geopolitico e religioso, porta con sé un bagaglio semantico pesante, spesso associato a estremismi ideologici e, in determinati contesti, proprio al terrorismo. Usarlo in un confronto parlamentare, riferendosi alle forze politiche di opposizione, è apparso a molti come un’escalation verbale che travalica i confini della dialettica istituzionale.
Non solo: Meloni si è detta vittima di una “strumentalizzazione” da parte di chi avrebbe estrapolato e decontestualizzato la sua frase. Ma i riferimenti a “posizioni più fondamentaliste di Hamas” sono ben chiari, riportati integralmente nei resoconti ufficiali delle sedute parlamentari.
L’episodio si inserisce in un clima politico già particolarmente acceso, in cui il linguaggio si fa sempre più carico di sfumature polemiche e attacchi personalizzati. Non a caso, nei giorni scorsi, un’altra polemica si è innescata attorno alle parole della deputata del Movimento 5 Stelle, che ha definito il ministro degli Esteri Antonio Tajani “un influencer prezzolato”. Un’espressione sarcastica, certo, ma altrettanto provocatoria, a testimonianza di un deterioramento complessivo del confronto istituzionale.
Tornando al caso Meloni, la premier non ha mancato di ribattere alle accuse di sessismo, rispolverando una vecchia polemica sulla parola “cortigiana” – utilizzata da un esponente dell’opposizione per criticarla – e suggerendo che l’offesa fosse stata sottovalutata per motivi ideologici. Ma l’argomento, anche in questo caso, si muove sul crinale sdrucciolevole delle parole: “cortigiana” ha, nella lingua italiana, una duplice accezione, nobile e offensiva, come ben chiarisce il vocabolario Treccani. L’antico significato di “donna di corte”, esemplificato anche da Baldassarre Castiglione ne Il Cortegiano, è ormai in disuso, soppiantato nella percezione comune dal senso dispregiativo di “donna compiacente”, che spesso riecheggia nei sottintesi sessisti.
Eppure, proprio su questo fronte – quello della parola intesa come veicolo di rappresentazione politica e culturale – sarebbe lecito attendersi, da parte del capo del governo, un linguaggio più sobrio e inclusivo. Perché la responsabilità istituzionale passa anche dalla misura dei toni e dall’uso accorto del lessico.
La questione non è solo retorica: riguarda la qualità del dibattito democratico, la credibilità delle istituzioni e il rispetto reciproco tra le parti. In un contesto internazionale drammaticamente segnato dalla crisi mediorientale, con Gaza al centro di un conflitto devastante e l’Europa chiamata a giocare un ruolo da mediatore, le parole pronunciate in Parlamento risuonano anche oltre i confini nazionali.
Chiamare “fondamentalisti” i propri avversari politici, dunque, non può essere liquidato come una provocazione passeggera. Né tantomeno può essere giustificato invocando il senso stretto delle definizioni da dizionario. Perché la politica, al netto dei formalismi, è fatta di percezioni, relazioni e contesti. E le parole, quando dette da un premier, pesano.
Meloni, nel suo tentativo di rivendicare una linea dura sulla politica estera e, insieme, di delegittimare le opposizioni, finisce così per incartarsi in un paradosso: mentre chiede una moderazione dei toni, usa espressioni che esasperano il clima parlamentare. Chiede responsabilità, ma rischia di allontanarsene con un linguaggio che polarizza e divide.
Il confine tra fermezza e provocazione, in politica, è sottile. E il ruolo di guida del Paese impone di non oltrepassarlo. Soprattutto quando il teatro delle parole è il Parlamento, e quando il tema in discussione è una guerra che ogni giorno costa vite umane.
