Hamas, per bocca di uno dei suoi dirigenti, Mohammed Nazzal, ha ribadito che il movimento islamista non intende disarmarsi e manterrà il controllo della sicurezza nella Striscia almeno per un periodo di transizione. L’annuncio, rilasciato in un’intervista all’agenzia Reuters, rappresenta una risposta diretta alle pressioni internazionali e alle richieste di Israele, che condiziona qualsiasi intesa futura alla completa smilitarizzazione di Gaza.
Sul terreno, la fragile tregua è stata nuovamente scossa dal sangue. Secondo quanto riportato da Al Jazeera, un raid israeliano ha colpito un minibus nel quartiere di Zeitoun, nel sud di Gaza City, uccidendo undici persone appartenenti alla stessa famiglia. L’esercito israeliano sostiene che il veicolo avrebbe attraversato la cosiddetta “linea gialla”, una zona di sicurezza che separa le aree sotto controllo israeliano da quelle amministrate localmente. Da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco, il bilancio complessivo delle vittime palestinesi sarebbe salito a 28.
Sul fronte israeliano, la notizia del ritrovamento di un altro ostaggio ha riportato il dramma dei rapiti al centro dell’opinione pubblica. Hamas ha restituito a Israele il corpo di Eliyahu Margalit, 75 anni, portando a dieci il numero dei corpi di ostaggi consegnati finora. Restano ancora diciotto i prigionieri israeliani deceduti di cui non si hanno notizie. Il gesto, pur carico di significato umanitario, non ha aperto spiragli concreti verso un nuovo accordo di scambio o un dialogo politico.
Intanto, sul piano interno, il governo di Tel Aviv si prepara a un’operazione di immagine: secondo la stampa israeliana, l’esecutivo intende rinominare ufficialmente il conflitto con Hamas come “Guerra della Rinascita”, un’espressione destinata a proiettare l’idea di un rinnovato impegno nazionale dopo mesi di scontri e divisioni. La scelta lessicale, tutt’altro che simbolica, punta a consolidare il consenso interno attorno al premier e a dare una nuova cornice narrativa a un conflitto che Israele non considera affatto concluso.
Sul versante umanitario, la situazione resta drammatica. L’apertura del valico di Rafah, al confine con l’Egitto, è attesa per domenica, ma secondo fonti locali dovrebbe riguardare solo il passaggio delle persone, non dei convogli di aiuti. Una decisione che rischia di aggravare ulteriormente la crisi alimentare e sanitaria nella Striscia, dove migliaia di famiglie vivono in condizioni di emergenza.
Tra scambi di accuse, pressioni diplomatiche e un equilibrio sempre più precario, Gaza rimane al centro di una partita che nessuno, per ora, sembra in grado di chiudere davvero.
