8 Luglio 2026, mercoledì
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Ucraina, Trump frena sui Tomahawk e chiude a un vertice a tre: “Serve pace, ma senza escalation”

Zelensky alla Casa Bianca: “Pronti al dialogo. Missili per la difesa, in cambio offriamo droni”

WASHINGTON – Nella cornice della Casa Bianca, un nuovo capitolo della diplomazia internazionale si è aperto con il faccia a faccia tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il suo omologo ucraino Volodymyr Zelensky. Un incontro denso di simboli e segnali politici, che arriva in una fase di apparente stallo militare ma di rinnovato attivismo negoziale sulla guerra in Ucraina. Sul tavolo, la richiesta di Kiev di nuove forniture militari – in particolare i missili da crociera Tomahawk – e la possibilità, sempre più concreta, di una ripresa del dialogo con Mosca, sotto l’egida della Casa Bianca.

“Spero non servano”, ha commentato Trump con riferimento ai Tomahawk, le potenti armi a lungo raggio in dotazione all’esercito americano. “Sarebbe una grande escalation”, ha precisato il presidente statunitense, mostrando una cautela che, almeno nelle parole, segna un cambio di tono rispetto al passato recente. “Vogliamo che la guerra finisca, ma senza gettare benzina sul fuoco”, ha aggiunto, ribadendo l’intenzione di tenere aperto il canale diplomatico con il Cremlino.

Zelensky: “Kiev pronta a parlare, ma servono garanzie di sicurezza”
Dal canto suo, Zelensky non ha nascosto le urgenze militari di Kiev. “Abbiamo bisogno dei Tomahawk – ha ribadito – per difenderci dagli attacchi che continuano a colpire le nostre città e infrastrutture”. In cambio, ha offerto una contropartita concreta: “Siamo pronti a fornire droni agli Stati Uniti, un contributo tecnologico e operativo che può rafforzare le capacità di difesa congiunta”.

Ma il presidente ucraino ha anche insistito sulla necessità di un nuovo slancio diplomatico. “Serve un cessate il fuoco credibile. L’Ucraina è pronta a sedersi al tavolo. Lo è sempre stata”, ha detto, rilanciando l’appello per un negoziato multilaterale che ponga fine al conflitto iniziato nel 2022 con l’invasione russa.

Il ritorno del “canale Budapest”: Trump e Putin verso un nuovo vertice
Trump ha confermato di aver avuto un colloquio telefonico “molto lungo” con Vladimir Putin nei giorni scorsi. “Mi ha detto chiaramente che vuole che la guerra finisca”, ha raccontato il presidente americano. Una dichiarazione che, al di là delle intenzioni reali del leader del Cremlino, viene letta come un segnale di apertura rispetto alla possibilità di un nuovo incontro tra i due.

Secondo fonti della Casa Bianca, si starebbe lavorando a un vertice bilaterale da tenersi a Budapest entro le prossime due settimane. Una sede non casuale, quella ungherese, scelta per la sua posizione geografica e politica intermedia, in un’Europa spaccata sul sostegno militare a Kiev ma ancora alla ricerca di una regia comune sul futuro della sicurezza continentale.

“Niente vertice a tre. Troppo odio tra Putin e Zelensky”
Nonostante le aperture sul piano diplomatico, Trump ha però escluso con fermezza l’ipotesi di un incontro a tre. “Putin e Zelensky si odiano troppo – ha detto – sarebbe controproducente metterli allo stesso tavolo ora”. Una dichiarazione che sembra voler proteggere il fragile equilibrio negoziale che si sta tentando di costruire, evitando forzature che potrebbero trasformarsi in nuove impasse.

Il messaggio è chiaro: prima serve un riavvicinamento tra Mosca e Washington, poi si potrà parlare di una nuova architettura del dialogo. E in questo schema, l’Ucraina resta un attore fondamentale, ma non l’unico.

La posizione americana: prudenza, ma non passività
La prudenza espressa da Trump non equivale però a una marcia indietro sul sostegno all’Ucraina. Al contrario, la visita di Zelensky è stata l’occasione per riaffermare l’impegno degli Stati Uniti a difesa della sovranità ucraina. Ma è chiaro che, con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del 2026, il presidente americano intende rimarcare il suo approccio “realista” alla crisi, distinguendosi sia dal sostegno “a prescindere” dei democratici, sia dalle posizioni più interventiste presenti anche nel suo stesso partito.

La strategia sembra essere quella di una pressione calibrata su entrambe le parti: armi sì, ma solo se servono a spingere verso il tavolo delle trattative. Diplomazia, quindi, come arma principale, con la forza a fare da cornice, non da motore.

Un equilibrio difficile da mantenere
Il cammino verso la pace resta irto di ostacoli. La sfiducia reciproca tra Kiev e Mosca è ancora altissima, e la diplomazia occidentale appare divisa sulle tempistiche e le modalità del negoziato. Tuttavia, l’attivismo di Trump, unito alla disponibilità dichiarata da Zelensky a “parlare con tutte le parti”, rappresenta un elemento nuovo in uno scenario che sembrava cristallizzato.

I prossimi giorni diranno se l’ipotesi di Budapest potrà tradursi in un vero incontro. E, soprattutto, se l’eventuale dialogo tra Stati Uniti e Russia riuscirà a trasformarsi in una proposta concreta per una tregua sostenibile. Per ora, la strada resta stretta, ma sembra finalmente aperta.

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