TEL AVIV – L’attesa tregua mediorientale assiste a un passaggio cruciale: Hamas ha restituito tutti gli ostaggi israeliani ancora vivi, mentre quattro salme di rapiti deceduti sono state consegnate alle autorità israeliane. In parallelo, e secondo quanto previsto dall’accordo negoziato nelle scorse settimane, quasi 2.000 prigionieri palestinesi sono stati rilasciati, e i relativi autobus sono giunti a Ramallah tra scene di commozione e festeggiamenti.
Alla Knesset, Donald Trump, ha pronunciato un discorso alto e simbolico: “Non finisce solo la guerra, finisce l’era del terrore. Ora iniziamo la fase due dell’accordo per Gaza”. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dal canto suo, ha difeso la strategia dello Stato: “Abbiamo risposto al barbaro attacco del 7 ottobre. I nostri soldati hanno combattuto con coraggio, e abbiamo liberato i nostri ostaggi”.
Lo scambio umanitario: ostaggi, salme e prigionieri
Dopo quasi due anni e mezzo di conflitto dal 7 ottobre 2023, con la tregua in vigore, è stato completato lo scambio previsto dal piano negoziato. Hamas ha consegnato i 20 ostaggi israeliani ancora in vita, compiendo quanto stabilito nei termini dell’intesa. Parallelamente, e in applicazione dello stesso accordo, sono state liberate circa 1.900 detenute e detenuti palestinesi.
Le salme di quattro ostaggi deceduti vengono restituite alle famiglie israeliane come parte delle misure concordate, ma restano ancora 28 corpi non ancora riconsegnati o dispersi secondo le autorità israeliane. Le modalità e i tempi del rilascio di questi resti sono parte dei capitoli rimanenti delle trattative.
Nel frattempo, i convogli con i prigionieri palestinesi hanno raggiunto Ramallah, accolti da folle di sostenitori, manifestanti e famiglie. In molti casi, i rilasciati tornano dopo anni di detenzione, e diverse famiglie celebrano la liberazione con lacrime e abbracci, pur consapevoli delle ferite indelebili del conflitto.
Trump alla Knesset: una dichiarazione d’intenti globale
Tra gli ospiti attesi in Israele per celebrare l’accordo, figura il presidente statunitense Donald Trump. Davanti ai legislatori israeliani ha pronunciato un discorso carico di simbologia e visione strategica: “Qui non si chiude solo un capitolo del conflitto. Qui si chiude un’epoca: l’era del terrore. Israele ha reagito, ha resistito, ha liberato i suoi corpi e le sue anime”. Poi Trump ha aggiunto: “La fase due dell’accordo per Gaza è già iniziata”, suggerendo che gli impegni umanitari e diplomatici predisposti nei prossimi mesi prenderanno forma concreta.
La visita del presidente proseguirà in Egitto, con tappa a Sharm el-Sheikh dove è previsto un vertice internazionale. L’Egitto è a tutt’oggi mediatore chiave nella crisi di Gaza. Ai colloqui parteciperanno, oltre a Trump, i vertici egiziani e rappresentanti regionali, con un occhio rivolto agli sviluppi della prossima fase di stabilizzazione e ricostruzione.
Netanyahu difende l’azione militare: “Abbiamo agito da Stato”
Benjamin Netanyahu, dopo il discorso di Trump, ha usato la tribuna della Knesset per riaffermare la legittimità dell’operazione israeliana: “In risposta all’attacco barbaro del 7 ottobre, Israele ha agito come doveva: ha difeso la vita dei suoi cittadini, ha operato con determinazione e ha liberato gli ostaggi. I nostri soldati hanno combattuto come leoni, con indomito coraggio”.
Il discorso punta a consolidare il consenso interno attorno all’operato del governo, spesso criticato durante la lunga fase bellica, ma ora rafforzato da questo risultato simbolico e diplomatico.
La fase due dell’accordo: ricostruzione, valichi e stabilità
L’accordo mediato finora ha centrato la parte più sensibile e drammatica: lo scambio umano. Ma ciò che si profila all’orizzonte è una seconda fase altrettanto delicata: la stabilizzazione e ricostruzione di Gaza, il mantenimento della tregua nel tempo, la riapertura controllata dei valichi di confine e l’ingresso di aiuti umanitari, medici e infrastrutturali.
Il problema chiave rimane la governance futura di Gaza: Hamas, formalmente al potere, dovrà trovare un suo nuovo ruolo politico, meno militare, o divenire progressivamente marginalizzato se le componenti internazionali impongono un cambiamento. Chi prenderà le redini della gestione quotidiana dei servizi essenziali, chi garantirà ordine e sicurezza in una Striscia devastata dai combattimenti, chi assicurerà che le ingerenze esterne non sovvertano l’equilibrio delicato che si comincia a costruire?
Un altro nodo cruciale riguarda la reciprocità: Israele dovrà garantire che le condizioni dell’accordo vengano rispettate sul versante dell’accesso agli aiuti, della mobilità, del controllo del territorio e delle garanzie politiche che abbiano un significato reale per la popolazione civile di Gaza.
Le famiglie e il peso della restituzione
Mentre il pubblico celebra la liberazione degli ostaggi, molte famiglie di vittime continuano a chiedere verità e giustizia per i loro cari ancora dispersi o i cui resti non sono stati riconsegnati. Il Forum delle famiglie degli ostaggi ha dichiarato: “Siamo sollevati per chi è tornato, ma il nostro dolore non si chiude. Pretendiamo che ogni resto venga restituito, che ogni verità sia fatta luce”.
Per i sopravvissuti, il ritorno rappresenta l’inizio di un percorso lungo e complesso: danni fisici, traumi psicologici e la necessità di ricostruzione personale e familiare. Israele ha predisposto meccanismi di assistenza sanitaria, psicologica ed economica, ma la sfida sarà non solo curare, ma reinserire.
Un passaggio storico, ma non una pace definitiva
Quello che Israele, Hamas e i mediatori internazionali celebrano come un successo diplomatico è in realtà un punto d’equilibrio fragile. La tregua è una tregua. L’accordo è solo l’architrave di una nuova fase che dipenderà da ciò che verrà dopo. Se i vincoli politici, territoriali e umanitari reggeranno. Se le promesse si trasformeranno in fatti concreti. Se il tessuto sociale e istituzionale nella Striscia di Gaza potrà ripartire davvero.
Donald Trump, in veste di presidente, ha preso posizione con un simbolo forte: “Finisce l’era del terrore”. Ma la storia della regione insegna che ogni nuova stagione è precaria, e che ogni pace è una tregua in attesa. Quel che oggi si inaugura tra ostaggi restituiti e prigionieri liberati è l’inizio di un’altra partita. Una partita che richiederà sempre più diplomazia, ma anche coraggio politico e concretezza sulle macerie.
