16 Agosto 2026, domenica
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Caso Almasri, la Giunta dice no al processo per Mantovano, Nordio e Piantedosi

La Camera respinge la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dei tre esponenti del governo coinvolti nel rimpatrio del cittadino libico ricercato dalla Corte penale internazionale. Il voto finale in Aula è atteso per il 9 ottobre

ROMA – Nessun processo per i vertici del Viminale e del Ministero della Giustizia. La Giunta per le Autorizzazioni della Camera dei Deputati ha respinto la richiesta di procedere nei confronti del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, del ministro della Giustizia Carlo Nordio e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, coinvolti nella vicenda del rimpatrio in Libia di Osama Njeem Almasri. Il pronunciamento finale spetterà all’Aula di Montecitorio, che si esprimerà il prossimo 9 ottobre. Ma il segnale politico è già chiaro.

La decisione della Giunta – organo parlamentare incaricato di esaminare le richieste di autorizzazione a procedere nei confronti di membri del Parlamento e del Governo – conferma l’orientamento maggioritario della coalizione di centrodestra, che ha fatto quadrato attorno ai tre esponenti dell’esecutivo, ritenendo l’azione compiuta nell’ambito delle loro funzioni istituzionali e non soggetta a responsabilità personale.

Il caso: chi è Osama Almasri e perché è stato rimpatriato

Al centro della vicenda c’è Osama Njeem Almasri, cittadino libico arrestato a Torino il 19 gennaio scorso. Su di lui pendeva un mandato di cattura emesso dalla Corte penale internazionale (CPI) dell’Aia per presunti crimini di guerra commessi in Libia. Nonostante ciò, Almasri è stato rimpatriato nel suo Paese pochi giorni dopo, con un provvedimento che ha sollevato interrogativi giuridici e diplomatici a livello internazionale.

Secondo la ricostruzione della procura della CPI, il governo italiano avrebbe omesso di dare seguito al mandato della Corte, violando gli obblighi internazionali assunti con la ratifica dello Statuto di Roma. Un’accusa formale che ha spinto la magistratura italiana ad avviare un procedimento per verificare le eventuali responsabilità politiche e amministrative nella gestione del caso.

In particolare, i magistrati contestano al governo di aver impedito l’esecuzione del mandato di arresto internazionale, privando così la giustizia internazionale della possibilità di processare Almasri per i reati di cui è accusato. Da qui la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dei tre membri dell’esecutivo, per valutare l’eventuale sussistenza di reati connessi all’abuso d’ufficio o all’omissione di atti dovuti.

Le motivazioni della Giunta: atto politico insindacabile

La posizione della Giunta per le Autorizzazioni si fonda sul principio dell’insindacabilità degli atti compiuti da ministri e sottosegretari nell’esercizio delle loro funzioni. Secondo la maggioranza dei componenti, infatti, la decisione di rimpatriare Almasri rientrava nella sfera delle scelte discrezionali di governo, e come tale non può essere oggetto di sindacato giudiziario.

In altre parole, la Giunta ha ritenuto che non vi siano elementi sufficienti per ipotizzare un abuso di potere o una violazione intenzionale degli obblighi internazionali, ritenendo che l’azione dei tre esponenti governativi fosse coerente con gli indirizzi della politica migratoria e diplomatica del Paese.

Una lettura contestata dalle opposizioni, che avrebbero voluto un approfondimento giudiziario per chiarire eventuali responsabilità individuali. Per i partiti di minoranza, infatti, il caso Almasri non è una semplice questione di politica estera, ma un tema che tocca la credibilità dell’Italia sul piano del rispetto del diritto internazionale e della cooperazione con la giustizia penale internazionale.

Il contesto internazionale: rapporti tesi con la Corte dell’Aia

Il caso ha avuto rilevanza anche sul piano diplomatico. La Corte penale internazionale ha sollevato ufficialmente il caso, accusando l’Italia di non aver rispettato i propri obblighi di cooperazione. Il mandato nei confronti di Almasri era noto, così come la sua posizione sul territorio italiano. Il mancato arresto e la successiva espulsione rappresentano, secondo l’Aia, una violazione diretta dello Statuto di Roma, il trattato istitutivo della Corte firmato e ratificato dall’Italia nel 1999.

Da parte del governo italiano, tuttavia, non è mai arrivata una presa di posizione formale sulla questione. Nessuna comunicazione ufficiale è stata resa nota sulle motivazioni che hanno portato al rimpatrio del cittadino libico nonostante il mandato internazionale pendente. La linea adottata dalla Giunta parlamentare sembra dunque allinearsi con una scelta di silenzio istituzionale, giustificata dalla necessità di tutelare l’operato dell’esecutivo.

Prossime tappe: l’Aula chiamata al voto il 9 ottobre

La decisione della Giunta non è vincolante: spetterà all’Aula della Camera pronunciarsi definitivamente sull’autorizzazione a procedere. Il voto è atteso per il 9 ottobre e sarà inevitabilmente connotato da forti implicazioni politiche.

Le opposizioni si preparano a dare battaglia, chiedendo che il Parlamento non si limiti a una ratifica automatica del verdetto della Giunta. “Il rispetto dello Stato di diritto – affermano alcuni esponenti del centrosinistra – non può essere sacrificato sull’altare della protezione politica. Se ci sono dubbi, devono essere chiariti nelle sedi opportune, e non nascosti dietro l’immunità parlamentare”.

Un precedente delicato per la credibilità delle istituzioni

Al di là dell’esito del voto, il caso Almasri rappresenta un banco di prova significativo per l’equilibrio tra potere politico e obblighi internazionali. L’Italia è da tempo uno dei principali sostenitori della giustizia penale internazionale, ma episodi come questo rischiano di indebolire la sua posizione a livello multilaterale.

Per la Corte penale internazionale, si tratta di un precedente preoccupante. Se uno Stato membro può ignorare un mandato d’arresto senza conseguenze, si apre una crepa nel sistema stesso della giustizia internazionale. Per il Parlamento italiano, invece, si pone un interrogativo altrettanto cruciale: fino a che punto l’immunità può coprire scelte che incidono direttamente su impegni sottoscritti in ambito internazionale?

Il 9 ottobre l’Aula sarà chiamata a decidere se autorizzare o meno il processo nei confronti di Piantedosi, Nordio e Mantovano. Un voto che non riguarda solo tre figure di governo, ma che chiama in causa il ruolo stesso delle istituzioni democratiche nella tutela della legalità, anche quando questa si esercita oltre i confini nazionali.

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