2 Maggio 2026, sabato
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Netanyahu chiude alla Palestina: “Nessuno Stato sorgerà in Terra d’Israele”. Il Papa: “Manca la volontà di ascoltare”

Tensione altissima alla vigilia del discorso del premier israeliano all’ONU. Il leader dello Stato ebraico ribadisce il no alla soluzione dei due Stati e promette di denunciare chi “vuole premiare gli assassini”. Intanto il Papa rilancia l’appello alla pace. Nuovi raid a Gaza e in Cisgiordania: almeno 18 morti.

In un contesto internazionale sempre più polarizzato e segnato da un conflitto che non accenna a diminuire di intensità, il premier israeliano Benjamin Netanyahu si prepara a salire sul palco dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con un messaggio destinato a fare rumore: nessuno Stato palestinese sorgerà in Terra d’Israele.

Un’affermazione netta, che chiude la porta – ancora una volta – alla prospettiva della soluzione dei due Stati, sostenuta da gran parte della comunità internazionale, e rilancia una visione esclusiva del futuro della regione, fortemente ancorata alla retorica della sicurezza e dell’identità nazionale israeliana.

Netanyahu a New York: “Denuncerò chi vuole premiare gli assassini”

Partito nella notte per gli Stati Uniti, dove incontrerà il presidente Donald Trump e interverrà all’Assemblea Generale dell’ONU, Netanyahu ha anticipato i temi centrali del suo viaggio.

“Parlerò con il presidente Trump della necessità di portare a termine gli obiettivi della guerra: riportare indietro tutti i nostri ostaggi, sconfiggere Hamas ed espandere il cerchio della pace che si è aperto dopo la storica vittoria nell’Operazione Rising Lion e altre vittorie che abbiamo ottenuto”, ha dichiarato il premier prima della partenza, riferendosi esplicitamente al recente conflitto di 12 giorni tra Israele e Iran.

Al centro del suo intervento alle Nazioni Unite ci sarà anche un messaggio politico ben preciso: rifiutare qualsiasi legittimazione internazionale a un futuro Stato palestinese. “Intendo denunciare i leader che, invece di condannare gli assassini, vogliono dare loro uno Stato nel cuore della Terra di Israele. Questo non accadrà”, ha ribadito Netanyahu.

La formula scelta non lascia spazio a interpretazioni. Il riferimento alla “Terra di Israele” richiama direttamente una visione storica e religiosa dei confini, che va ben oltre le linee del 1967 e che esclude qualsiasi ipotesi di sovranità palestinese tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo.

Il Papa: “Riconoscere la Palestina potrebbe aiutare, ma manca la volontà di ascoltare”

Mentre Netanyahu si prepara a respingere apertamente ogni ipotesi di compromesso territoriale, da Roma arriva un nuovo appello alla pace da parte di Papa Francesco.

Rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano se il riconoscimento dello Stato di Palestina potesse contribuire alla causa palestinese, il Pontefice ha dichiarato: “Potrebbe aiutare, però in questo momento non si trova dall’altra parte la volontà di ascoltare”.

Un’affermazione che, pur mantenendo il tono misurato proprio della diplomazia vaticana, evidenzia lo stallo totale del processo politico e l’assenza di interlocuzione credibile tra le parti. L’intervento del Papa si inserisce in una linea ormai consolidata del Vaticano, favorevole da tempo alla soluzione dei due Stati come unico sbocco possibile per una pace duratura.

Nuovi raid su Gaza e Cisgiordania: almeno 18 morti

Sul terreno, intanto, la situazione continua a peggiorare. Nelle prime ore della mattina, l’agenzia palestinese Wafa ha riferito di una nuova ondata di attacchi israeliani che hanno causato almeno 18 morti tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania.

Nella città di Al-Zawaida, nel centro della Striscia, un raid ha provocato 11 vittime e decine di feriti. A Khan Younis, un bombardamento aereo ha ucciso quattro persone. Un’altra vittima è stata registrata a Bani Suhaila.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno effettuato un’incursione nella città di Tammun, a nord della regione: secondo fonti locali citate da Wafa, due palestinesi sono stati uccisi all’alba.

Il bilancio delle vittime civili continua così ad aggravarsi, mentre il conflitto si estende anche ai territori storicamente meno coinvolti nella guerra in corso a Gaza. L’intensificazione delle operazioni militari israeliane coincide con la pressione politica interna ed esterna su Netanyahu, che cerca di mantenere una linea di forza in un contesto sempre più instabile.

Lo stallo della diplomazia e l’isolamento delle soluzioni

Le dichiarazioni di Netanyahu e la risposta del Papa fotografano, ancora una volta, la distanza abissale tra le posizioni in campo. Il rifiuto della prospettiva di uno Stato palestinese da parte del leader israeliano si scontra frontalmente con la visione internazionale che continua a ritenere la soluzione dei due Stati come l’unica via d’uscita possibile da decenni di conflitto.

Allo stesso tempo, l’intervento del Pontefice evidenzia la drammatica assenza di volontà di dialogo da entrambe le parti, in particolare da quella israeliana, sempre più determinata a definire unilateralmente i confini e il futuro politico della regione.

Nel frattempo, le condizioni umanitarie nei territori palestinesi peggiorano di giorno in giorno, mentre le cancellerie mondiali faticano a elaborare una strategia efficace per fermare l’escalation. Il palco dell’ONU, da sempre simbolo di dialogo e confronto tra le nazioni, sembra oggi il teatro di una nuova impasse.

Una crisi che investe anche gli equilibri globali

Il discorso di Netanyahu non sarà solo un atto di politica interna, ma un passaggio chiave in una fase in cui il conflitto mediorientale rischia di alimentare nuove fratture internazionali. L’incontro con Donald Trump, che durante il suo mandato ha sostenuto apertamente le posizioni israeliane più intransigenti, potrebbe rimettere in discussione gli equilibri già fragili tra Washington, Bruxelles e le capitali arabe.

In questo scenario, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si trasforma in un termometro della crisi e in una piattaforma che, almeno formalmente, dovrebbe contribuire a costruire soluzioni. Ma a prevalere, almeno per ora, sono le chiusure, le accuse reciproche e la logica della forza.

Il riconoscimento dello Stato palestinese, richiesto da diversi Paesi negli ultimi mesi, sembra destinato a restare una dichiarazione di intenti senza effetti concreti, se non matureranno le condizioni politiche e diplomatiche per trasformarlo in realtà. E proprio questo passaggio – la capacità o meno della comunità internazionale di trasformare le parole in atti – sarà la vera cartina di tornasole dell’efficacia dell’ONU e della tenuta del diritto internazionale.

Mentre le bombe continuano a cadere e le vittime aumentano, la distanza tra le parole dei leader mondiali e la realtà sul terreno appare drammaticamente incolmabile.

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