ROMA – La questione Stellantis irrompe con forza nel dibattito politico e parlamentare, riaccendendo le tensioni sul futuro dell’automotive italiano. A guidare l’attacco è Chiara Appendino, vicepresidente del Movimento 5 Stelle, che in un intervento durissimo alla Camera ha chiesto un’informativa urgente del Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, accusandolo di non aver ottenuto risultati concreti nell’ultimo incontro con il gruppo automobilistico guidato da Carlos Tavares e presieduto da John Elkann.
“Ci aspettavamo che il ministro, almeno per una volta, tenesse la schiena dritta”, ha dichiarato Appendino, “che portasse a casa garanzie scritte su investimenti, volumi produttivi e modelli di massa realizzati in Italia. Invece il copione è stato quello di sempre: buone intenzioni, parole vuote, sorrisi davanti ai fotografi. Ma alle porte degli stabilimenti i lavoratori non campano di buone intenzioni”.
Un attacco frontale, che chiama direttamente in causa non solo il governo ma anche la proprietà del gruppo Stellantis, accusata di progressivo disimpegno dagli stabilimenti italiani. “Non osi presentarsi in Aula con le solite frasi fatte”, ha continuato la deputata grillina, “non provi ancora una volta a fare il portavoce degli Elkann, non cerchi capri espiatori per coprire inerzia e incapacità. Da un Ministro ci aspettiamo che difenda chi lavora, non che si inchini davanti a chi specula”.
Il dossier Stellantis e le fabbriche in crisi
La richiesta di un’informativa urgente arriva dopo settimane segnate da nuove difficoltà negli stabilimenti italiani del gruppo. Le promesse contenute nel cosiddetto “Piano Italia”, annunciato con enfasi nei mesi scorsi come una svolta strategica per il rilancio dell’automotive nazionale, secondo Appendino si stanno progressivamente scontrando con una realtà di ridimensionamenti, sospensioni produttive e cassa integrazione estesa.
“Dov’eravamo rimasti con Stellantis? Al famoso Piano Italia sbandierato dal Ministro Urso come la chiave della rinascita”, ha dichiarato la vicepresidente del M5S. “E invece, dopo l’estate, nelle fabbriche sono arrivate solo altre batoste”.
Il bilancio che ne fa Appendino è impietoso:
- A Mirafiori, prorogata la cassa integrazione fino al 2026.
- A Cassino, nuovi fermi produttivi.
- A Pomigliano, sospesa la produzione della Dodge Hornet 2026 e bloccato il programma di sviluppo dell’idrogeno.
- A Melfi, circa 5mila dipendenti con due terzi già in cassa integrazione.
- Ad Atessa, 400 uscite incentivate già attuate e altre 200 in arrivo.
- A Termoli, la Gigafactory promessa da ACC è ancora nel limbo, lasciando 1.800 lavoratori nell’incertezza.
“La settimana scorsa ero lì, a Termoli, ai cancelli dello stabilimento”, ha raccontato Appendino. “Ho parlato con gli operai, con chi entrava e chi usciva dal turno. E la domanda era sempre la stessa: ‘Quando sapremo qualcosa sul nostro futuro?’”.
“Serve un cambio di passo: Palazzo Chigi prenda in mano il dossier”
Secondo il Movimento 5 Stelle, il dossier Stellantis non può più essere gestito a livello ministeriale. La proposta è netta: spostare il tavolo negoziale direttamente alla Presidenza del Consiglio. “Lo chiediamo da mesi”, ha ricordato Appendino. “La partita Stellantis riguarda l’intero sistema industriale italiano, la sovranità produttiva del nostro Paese, decine di migliaia di posti di lavoro e una filiera strategica che sta andando in pezzi”.
Nella visione del M5S, il piano industriale di Stellantis dovrebbe essere sottoposto a una verifica trasparente e pubblica, con un confronto in Parlamento aperto anche ai rappresentanti del gruppo automobilistico. Un nodo particolarmente sentito riguarda il progetto della Gigafactory ACC a Termoli, su cui il silenzio è giudicato inaccettabile: “Pretendiamo che ACC venga in Parlamento a dire chiaramente cosa vogliono fare”, ha detto Appendino. “Non possiamo più permetterci promesse senza riscontro, né comunicati stampa che servono solo a guadagnare tempo”.
Il fronte politico si allarga: Stellantis diventa un caso nazionale
Le parole di Appendino si inseriscono in un contesto di crescente preoccupazione per lo stato dell’industria automobilistica italiana. Non è un caso che Stellantis sia diventata, negli ultimi mesi, un tema ricorrente nei dibattiti parlamentari e nei comizi elettorali, con la progressiva delocalizzazione della produzione e il calo dell’occupazione al centro delle critiche non solo del Movimento 5 Stelle, ma anche di altri gruppi parlamentari, sindacati e amministrazioni locali.
Se un tempo il polo automobilistico italiano poteva contare su una centralità indiscussa in termini di produzione e innovazione, oggi quella leadership appare seriamente compromessa. La fusione tra FCA e PSA, da cui è nata Stellantis nel 2021, ha ridisegnato l’equilibrio interno del gruppo a favore della Francia, con decisioni strategiche che, secondo molti osservatori, penalizzano l’Italia.
Il “Piano Italia”, annunciato come risposta a questi timori, non sembra, per ora, aver invertito la tendenza. E il rischio concreto, secondo Appendino, è che il sistema industriale italiano venga accompagnato verso una dismissione lenta e silenziosa. “Altro che rilancio”, ha detto in Aula. “Questo è un piano inclinato che corre velocemente verso la chiusura definitiva”.
Il silenzio del governo e le richieste di trasparenza
Il governo, finora, ha risposto con una strategia di mediazione e interlocuzione continua con Stellantis, preferendo toni istituzionali e cercando di rassicurare sulla volontà del gruppo di mantenere una presenza significativa in Italia. Ma l’assenza di documenti vincolanti e il perpetuarsi di situazioni di crisi negli stabilimenti rendono queste rassicurazioni sempre più difficili da sostenere politicamente.
“Non basta fare da megafono alle promesse dell’azienda”, ha concluso Appendino. “Servono impegni concreti, nero su bianco. Serve una strategia industriale nazionale degna di questo nome. E serve, soprattutto, che il Parlamento venga messo in condizione di vigilare, decidere, intervenire”.
L’informativa urgente richiesta alla Camera potrebbe rappresentare un primo banco di prova. Non solo per il Ministro Urso, ma per l’intero governo. Perché, al di là delle parole, quello in gioco è il futuro di migliaia di famiglie, e con esse il destino di un pezzo fondamentale del tessuto produttivo italiano.
