27 Luglio 2026, lunedì
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Blitz dell’Immigrazione in Georgia: arrestati 475 operai in uno stabilimento Hyundai

Trump rilancia la linea dura contro gli irregolari, minaccia nuovi dazi all’Unione europea e annuncia il G20 del 2026 nel suo resort in Florida

Un’operazione lampo delle autorità federali statunitensi ha portato all’arresto di 475 operai impiegati in uno stabilimento Hyundai in Georgia. Il blitz, coordinato dalle squadre dell’Immigrazione, è stato presentato dalla Casa Bianca come una delle più vaste retate degli ultimi anni. “Erano entrati illegalmente negli Stati Uniti”, ha dichiarato Donald Trump, rivendicando la misura come parte integrante della sua politica di tolleranza zero.

L’amministrazione ha confermato che nei confronti dei lavoratori fermati saranno applicate le norme federali sull’immigrazione, con possibili procedimenti di espulsione. La vicenda si inserisce in una strategia più ampia che il presidente ha posto al centro della sua agenda politica, volta a colpire il lavoro irregolare e a rafforzare i controlli alle frontiere. Non è la prima volta che la Casa Bianca interviene in grandi complessi industriali: già in passato operazioni simili avevano riguardato aziende del settore alimentare e manifatturiero, spesso accusate di avvalersi di manodopera priva di documenti.

Sul piano internazionale, Trump ha colto l’occasione per tornare a uno dei suoi cavalli di battaglia: i rapporti commerciali con l’Europa. Dopo la recente sanzione inflitta dalla Commissione europea a Google per abuso di posizione dominante, il presidente americano ha minacciato nuovi dazi contro Bruxelles, sottolineando che “gli Stati Uniti non resteranno a guardare mentre vengono penalizzate le grandi imprese americane”. Le sue parole lasciano intravedere un possibile irrigidimento della guerra commerciale transatlantica, già attraversata da tensioni legate al settore agricolo e all’industria automobilistica.

Infine, in un annuncio che ha suscitato immediate reazioni, Trump ha comunicato che il prossimo G20 del 2026 si terrà a Miami, nel Trump National Doral, un golf club di sua proprietà. Una scelta che non mancherà di alimentare polemiche, sia per il profilo etico del conflitto di interessi, sia per l’opportunità di ospitare un vertice internazionale in una struttura privata riconducibile direttamente al presidente in carica.

La giornata si chiude dunque con un intreccio di messaggi che riflettono la cifra della politica trumpiana: fermezza sul fronte interno, protezionismo nei rapporti economici e una continua proiezione personale nella scena internazionale.

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