BLED (Slovenia) – In un’Europa attraversata da incertezze geopolitiche e in un Mediterraneo sempre più instabile, la voce dell’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Kaja Kallas, rompe la superficie del dibattito diplomatico con un’affermazione chiara e netta: il riconoscimento dello Stato di Palestina non è una panacea, ma è necessario per mantenere aperta la possibilità di una soluzione a due Stati.
Intervenendo al Forum strategico di Bled 2025, tra i più rilevanti appuntamenti diplomatici dell’Europa centro-orientale, la politica estone – in carica dal luglio scorso – ha scelto un tono asciutto, razionale, senza cedere a facili entusiasmi né al disincanto cinico. “Il riconoscimento della Palestina probabilmente non fermerà le uccisioni”, ha affermato Kallas, “ma terrà in vita la soluzione dei due Stati, oggi più che mai sotto attacco”.
Una posizione che sposta il baricentro del dibattito europeo
Non è la prima volta che in sede europea si solleva il tema del riconoscimento formale della Palestina. Ma raramente, negli ultimi anni, la questione è stata posta con tale chiarezza strategica da parte di un alto rappresentante Ue. Kallas non si appella alla retorica né alla solidarietà ideologica: il suo è un ragionamento di tenuta diplomatica e di lungimiranza politica. Senza un riconoscimento formale, sottolinea, non può esserci un interlocutore pienamente legittimato nei futuri negoziati.
“Per avere due Stati, devi avere uno Stato palestinese che sia più forte e pari”, ha dichiarato Kallas. La parola chiave è “pari”. Pari legittimità, pari dignità, pari capacità di stare a un tavolo di trattativa. E soprattutto, pari riconoscimento da parte della comunità internazionale. Una posizione che riecheggia – pur con toni diversi – le aperture già espresse da alcuni Stati membri come Spagna, Irlanda e Norvegia, che hanno recentemente formalizzato il riconoscimento bilaterale.
Una scelta che non interrompe la guerra, ma disinnesca il fatalismo
L’approccio di Kallas si muove consapevolmente tra pragmatismo e realismo. Non si fa illusioni sull’effetto immediato di un atto simbolico come il riconoscimento statale. Non evoca soluzioni miracolose. Ma neppure cede all’inerzia del “non si può fare”. In un contesto in cui la guerra tra Israele e Hamas ha polverizzato ogni mediazione, e in cui le violenze ai danni della popolazione civile palestinese continuano senza sosta, l’ipotesi di una soluzione negoziata sembra distante anni luce.
Tuttavia, secondo Kallas, è proprio per questo che va mantenuta in vita. Come principio, come possibilità, come spazio diplomatico da non chiudere. Il riconoscimento dello Stato palestinese, in quest’ottica, non è un premio né una concessione, ma un atto preliminare indispensabile per ricostruire un quadro di equilibrio internazionale in Medio Oriente.
Il ruolo dell’Europa: tra ambiguità e responsabilità
Le parole della diplomatica estone pongono un interrogativo diretto all’Unione europea e ai suoi Stati membri: può Bruxelles continuare a giocare un ruolo di mediazione se non definisce con chiarezza i propri riferimenti politici e giuridici?
Finora, la posizione comune dell’Ue ha oscillato tra l’adesione formale alla “soluzione dei due Stati” e una prassi diplomatica spesso timida e contraddittoria. Da un lato il sostegno economico alla popolazione palestinese, dall’altro una politica estera frammentata, incapace di esprimere un fronte compatto anche di fronte a violazioni documentate del diritto internazionale.
Il discorso di Kallas prova a ricomporre questa frattura. E lo fa nel momento forse più difficile degli ultimi trent’anni, in un contesto in cui l’idea stessa di una Palestina sovrana sembra retrocedere sotto i colpi congiunti della violenza armata e dell’indifferenza internazionale.
Il paradosso: uno Stato che non esiste, ma senza il quale non si può fare pace
Il nodo al centro del discorso di Kallas è, in fondo, un paradosso di lunga data: come negoziare con uno Stato che non esiste formalmente? E come pretendere che esista un processo di pace se una delle due parti viene riconosciuta solo in modo parziale, provvisorio, o condizionato?
La rappresentante estone non offre risposte risolutive, ma indica una direzione possibile: riportare il riconoscimento della Palestina al centro della diplomazia europea come strumento di pressione per rianimare la trattativa. Non per schierarsi ideologicamente, ma per ridare legittimità all’unico scenario che – seppure logorato e compromesso – continua a rappresentare un punto d’approdo per la comunità internazionale.
Una voce femminile e baltica in un’Europa divisa
La figura di Kaja Kallas, già premier dell’Estonia, rappresenta una novità politica significativa nel panorama delle istituzioni europee. Proviene da un Paese di confine, da sempre attento alla minaccia russa e al rispetto del diritto internazionale. La sua posizione su Gaza e sulla Palestina si inserisce in una visione più ampia della sicurezza europea, in cui la difesa della legalità internazionale diventa parte integrante della stabilità del continente.
Non è un caso che il suo intervento sia arrivato proprio al Forum di Bled, luogo simbolico del confronto tra l’Europa centrale, i Balcani e l’area orientale. Una scelta di campo, anche geografica, per riaffermare che la politica estera dell’Ue non può permettersi ambiguità quando è in gioco il principio di autodeterminazione.
Conclusione: il riconoscimento non basta, ma è necessario
Il riconoscimento dello Stato palestinese, come ha detto Kallas, non fermerà da solo i bombardamenti, né farà cessare le violenze. Ma può impedire che il diritto alla sovranità palestinese venga cancellato dalla mappa diplomatica del mondo. In un tempo in cui le risoluzioni ONU restano lettera morta e le immagini da Gaza sfuggono alla coscienza pubblica, il semplice atto politico di un riconoscimento formale acquista un valore strategico.
Non si tratta di ingenuità, ma di determinazione: tenere aperta una porta quando tutte le altre si stanno chiudendo. Kallas ha scelto di dirlo in modo limpido, senza alzare la voce, ma con la forza che solo la chiarezza diplomatica può offrire. E in un’Europa troppo spesso incline al silenzio, non è cosa da poco.
