“La violenza digitale è solo la punta dell’iceberg”. Parole nette, quelle di Chiara Appendino, vicepresidente del Movimento 5 Stelle ed ex sindaca di Torino, che ha affidato ai social un lungo e articolato intervento dopo aver scoperto che alcune sue fotografie – come già accaduto in passato – sono state pubblicate su un sito pornografico, accompagnate da commenti sessisti e degradanti.
Un episodio che non ha solo il sapore dell’ennesima violazione personale, ma che, sottolinea Appendino, rappresenta un fenomeno ben più ampio, che riguarda moltissime donne e affonda le radici in una cultura ancora fortemente diseguale.
“Non è la prima volta che trovo mie immagini in forum del genere”, scrive, “luoghi che riducono le donne a oggetti, che alimentano e rafforzano stereotipi. Luoghi che aprono la strada a schifezze immonde come il gruppo Facebook in cui migliaia di uomini pubblicavano e commentavano foto intime delle loro mogli a loro insaputa”.
Una denuncia dura, che però non si limita al fatto specifico. La riflessione si allarga al contesto culturale, ai meccanismi quotidiani di sessismo e discriminazione che vanno ben oltre la rete. Perché, evidenzia Appendino, “ciò che nasce in rete si riversa nella vita reale: nelle relazioni, nelle discriminazioni, nelle porte che si chiudono”.
Nel suo post, la vicepresidente M5S parla di un sistema che impone alle donne un peso costante: dallo stigma per l’abbigliamento, ai fischi per strada, alla disparità salariale, fino a forme più gravi di violenza fisica ed economica. “Purtroppo la violenza la conosciamo tutte, in forme diverse”, scrive ancora, “parte dall’essere giudicata per una gonna corta, dal sentirsi fischiare, dal lavorare sodo e ricevere meno dei colleghi uomini, e arriva all’essere molestata sugli autobus, al rimanere dipendente economicamente dal proprio marito, al prendersi botte se si alza la testa”.
L’analisi è lucida e affonda nel cuore del problema: la radice di queste dinamiche, sostiene Appendino, è una cultura che ancora oggi fatica a riconoscere pari dignità e pari diritti tra uomini e donne. E che, spesso, lascia sole le vittime.
“È giusto denunciare i singoli casi, e io ho la fortuna di poterlo fare, perché ho un lavoro, un reddito, un’indipendenza che me lo permettono. Ma tante donne non hanno queste possibilità e subiscono in silenzio, senza strumenti né protezione”.
Per la vicepresidente M5S, la chiave del cambiamento sta nell’educazione, a partire dai più giovani. Non bastano, ammonisce, le ondate di indignazione che durano un giorno. “Oggi, dello sdegno che dura 24 ore non ce ne facciamo più nulla: servono fatti, servono azioni per cambiare la cultura e costruire una società in cui nessuna donna debba più avere paura, subire ingiustizie e sentirsi meno libera”.
Il messaggio di Chiara Appendino arriva in un momento in cui i temi della violenza di genere, del sessismo online e del rispetto della dignità delle donne sono sempre più al centro del dibattito pubblico, ma troppo spesso ancora affrontati con approcci emergenziali, senza uno sguardo strutturale.
Il suo intervento richiama dunque alla responsabilità collettiva: non solo delle istituzioni, ma anche della società civile, della scuola, della famiglia, dei media. Perché la cultura del rispetto non si costruisce con i proclami, ma con un lavoro continuo, quotidiano, che parte dalle parole e si traduce in politiche, educazione e comportamenti concreti.
Un appello a non minimizzare, a non voltarsi dall’altra parte, e a riconoscere che la lotta contro la violenza – in tutte le sue forme – è una questione che riguarda tutti.
