3 Luglio 2026, venerdì
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Trump sfida la Fed, i media e la Cina: “Cook fuori, dazi alle stelle, ma non sono un dittatore”

Il presidente Usa annuncia la rimozione della governatrice Lisa Cook, ma lei resiste: “Non ha l’autorità per cacciarmi”. Intanto promette dazi monstre alla Cina, attacca le tv “ostili” e dice la sua sul Pentagono, Kim Jong-un e il ruolo della Guardia Nazionale.

Washington. Donald Trump torna al centro della scena politica con una raffica di dichiarazioni e annunci che scuotono istituzioni, mercati e alleati. In un solo giorno, il presidente statunitense ha attaccato frontalmente la Federal Reserve, minacciato nuove misure commerciali aggressive contro la Cina, criticato duramente i principali network televisivi del Paese e rilanciato idee provocatorie sul ruolo dell’esercito e sulla propria leadership.

Al centro della nuova tempesta c’è Lisa Cook, membro del consiglio della Federal Reserve, che Trump ha dichiarato di aver “rimosso” dal suo incarico, accusandola – attraverso un post su Truth Social – di aver falsificato documenti per ottenere condizioni agevolate su un mutuo. “Non ho altra scelta che cacciarla immediatamente”, ha scritto l’ex presidente, tornato alla Casa Bianca dopo le ultime elezioni.

Ma la risposta della governatrice non si è fatta attendere. Lisa Cook ha smentito categoricamente le accuse e ha rilanciato, dichiarando che Trump non ha l’autorità per licenziarla e che non intende dimettersi. Un nodo, quello delle prerogative presidenziali nei confronti della banca centrale, che potrebbe ora aprire un contenzioso istituzionale e giuridico senza precedenti.

La Federal Reserve, infatti, è un ente indipendente e i suoi governatori godono di un mandato fisso che può essere interrotto solo in presenza di gravi violazioni, e comunque tramite un processo che coinvolge il Congresso. La presunta “rimozione” di Cook, quindi, appare più come un messaggio politico diretto che un atto effettivamente esecutivo.

E proprio il tono politico e muscolare è la cifra del nuovo intervento pubblico del presidente, che non si è limitato alla Fed. Trump ha infatti minacciato dazi fino al 200% su prodotti cinesi – in particolare sui magneti, risorsa strategica nel settore delle tecnologie avanzate – qualora Pechino non collabori nel garantire forniture adeguate agli Stati Uniti. “Dazi del 200% o qualcosa del genere”, ha detto, lasciando intendere che la cifra potrebbe persino crescere, se necessario.

Nel mirino anche l’Unione Europea, rea – secondo Trump – di “imporre tasse e regolamenti dannosi” alle imprese tecnologiche americane. In risposta, il presidente minaccia misure tariffarie pesanti: “Non possiamo tollerare chi cerca di soffocare la nostra innovazione con vincoli burocratici”.

Toni altrettanto accesi sono arrivati sul fronte interno. Dopo le polemiche per l’invio della Guardia Nazionale a Washington, Trump ha risposto in modo provocatorio: “Molti americani mi dicono che vorrebbero un dittatore, ma io non lo sono. Non mi piacciono i dittatori”. Una frase che alimenta ulteriormente il dibattito sul suo stile di governo, accusato da oppositori e media di accentuare tratti autoritari.

Non è mancato neanche un passaggio sulla difesa. Trump ha ventilato l’ipotesi di ribattezzare il Dipartimento della Difesa come “Dipartimento della Guerra”, affermando che la denominazione attuale non riflette “il vero ruolo e le necessità strategiche degli Stati Uniti”.

Infine, un breve cenno alla diplomazia internazionale con la Corea del Nord. “Prima o poi rivedrò Kim Jong-un”, ha dichiarato, riaprendo il dossier di una delle relazioni più controverse della sua precedente presidenza, e lasciando intravedere la possibilità di un nuovo incontro tra i due leader.

A chiudere il fuoco di fila delle dichiarazioni, un attacco diretto a due delle principali emittenti televisive americane, ABC e NBC, accusate di essere “tra le peggiori e più faziose della storia”. Trump ha denunciato quella che definisce “una campagna di fake news”, affermando che il 97% delle notizie su di lui sarebbero negative, nonostante – a suo dire – “un’altissima popolarità” e “uno degli otto mesi migliori nella storia presidenziale”. Da qui l’invocazione a una revoca delle licenze per i canali televisivi che, a suo avviso, fanno informazione faziosa e lesiva dell’interesse pubblico.

L’intervento del presidente si è chiuso senza ulteriori dettagli su tempistiche o modalità operative delle misure annunciate, ma la portata delle affermazioni ha già avuto un impatto immediato sul clima politico e diplomatico. La Federal Reserve non ha ancora rilasciato un commento ufficiale, mentre dal Congresso arrivano reazioni contrastanti: forti critiche dai democratici, cautela tra i repubblicani, che in parte condividono l’agenda di deregulation economica del presidente, ma temono nuove instabilità nei mercati.

Quanto alle relazioni internazionali, Pechino non ha ancora replicato ufficialmente alle minacce di dazi, ma osservatori diplomatici prevedono una risposta dura se le parole del presidente si trasformeranno in atti concreti.

Intanto, tra istituzioni sotto pressione, minacce commerciali e accuse ai media, Donald Trump mostra di non voler rallentare, né nei toni né nei contenuti. La sua è una presidenza che continua a marciare su una linea di forte rottura, dentro e fuori i confini nazionali.

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