5 Ottobre 2026, lunedì
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Trump rilancia: “Molti americani vogliono un dittatore, ma io non lo sono”

Il presidente statunitense difende l’invio della Guardia Nazionale a Washington e attacca duramente i media “ostili”. Annuncia un possibile nuovo incontro con Kim Jong-un e propone di rinominare il Pentagono “Dipartimento della Guerra”.

In un intervento carico di provocazioni e segnali politici, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato a far parlare di sé su più fronti, confermando ancora una volta il suo stile diretto, divisivo e fortemente identitario.

Commentando l’invio, oggetto di forti polemiche, della Guardia Nazionale a Washington, Trump ha difeso la sua decisione con toni che non hanno mancato di suscitare ulteriori reazioni: “Molti americani mi dicono che vorrebbero un dittatore, ma io non lo sono. Non mi piacciono i dittatori”. Una dichiarazione che da un lato respinge l’etichetta autoritaria, dall’altro intercetta apertamente una parte dell’opinione pubblica insofferente verso le tradizionali forme di governo democratico.

Il presidente ha poi riacceso il dibattito su un tema altamente simbolico per l’identità politica e militare del Paese: il Pentagono. Trump ha infatti dichiarato di voler valutare la possibilità di ripristinare la storica denominazione di “Dipartimento della Guerra”, abbandonata nel 1947 in favore dell’attuale “Dipartimento della Difesa”. Una proposta che, al di là del cambio lessicale, suggerisce una concezione più aggressiva e frontale del ruolo militare americano nel mondo.

Sul versante della politica estera, Trump ha riaperto anche il dossier Corea del Nord, ventilando l’ipotesi di un nuovo incontro con il leader Kim Jong-un: “Prima o poi lo incontrerò di nuovo”, ha affermato, lasciando intendere che il dialogo personale tra i due, interrotto da anni e mai sfociato in accordi concreti, potrebbe riprendere nei prossimi mesi.

Ma è nel rapporto con i media che il presidente ha concentrato la parte più aspra del suo intervento, lanciando un attacco diretto contro alcune tra le principali reti televisive americane. “Nonostante un’altissima popolarità e, secondo molti, uno degli otto mesi migliori nella storia presidenziale – ha detto – le fake news di Abc e Nbc, due delle peggiori e più faziose reti televisive della storia, raccontano il 97% di storie negative su di me”.

Una denuncia che si trasforma in minaccia concreta: Trump ha infatti invocato la revoca delle licenze per le emittenti che, a suo giudizio, travalicano i limiti dell’informazione critica per scadere nella propaganda ostile. Una posizione che riaccende le preoccupazioni per la libertà di stampa e che rafforza l’impressione di un presidente sempre più ostile verso ogni forma di dissenso mediatico.

Non è mancata, infine, una nuova bordata nei confronti del suo predecessore, Joe Biden. Trump è tornato a insistere sulla presunta inadeguatezza del leader democratico, con un attacco al vetriolo: “Non era nemmeno al corrente di essere vivo”, ha dichiarato, rinnovando la sua narrazione su un Biden incapace di guidare il Paese e afflitto da un marcato declino cognitivo.

L’intervento di Trump non si limita a rinfocolare vecchie polemiche: segna un ulteriore passaggio nella costruzione di una leadership fondata su un mix di autoritarismo negato a parole ma evocato nei toni, battaglie contro le istituzioni tradizionali e retorica anti-establishment. In un clima politico già profondamente polarizzato, le sue parole gettano nuova benzina sul fuoco. La stagione elettorale americana si preannuncia, ancora una volta, tutt’altro che ordinaria.

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