Nel cuore della spianata di Tor Vergata, dove oltre un milione di giovani si sono radunati per il Giubileo della Gioventù, Papa Leone XIV ha pronunciato un’omelia che si è fatta sin da subito riflessione profonda, quasi filosofica, sulla condizione umana e sulle domande fondamentali che abitano l’animo di ogni generazione in cerca di senso. Un discorso dal tono franco e diretto, ma attraversato da un’ispirazione spirituale che ha saputo parlare tanto alle coscienze quanto ai cuori, senza semplificazioni né sconti.
“La fragilità è parte della meraviglia che siamo”: è con queste parole che il Pontefice ha voluto riportare al centro la realtà della finitezza, della caducità e della vulnerabilità umana, che – come ha osservato – non devono essere vissute come tabù, né rimosse, né temute. Al contrario, ha suggerito, “è proprio da lì che nasce la sete di infinito che ci abita”, la stessa sete che anima il cammino di fede e di maturazione interiore.
Nel richiamare il senso delle Scritture proclamate nella liturgia del giorno, Leone XIV ha spinto i giovani ad accogliere la propria inquietudine come segno vitale, come luogo teologico, come spazio di possibilità. “Non allarmiamoci se ci scopriamo interiormente assetati, inquieti, incompleti, desiderosi di senso e di futuro – ha detto citando un discorso di Papa Francesco dell’agosto 2023 –. Non siamo malati, siamo vivi!”.
Una citazione che, lungi dall’essere solo un omaggio, si è fatta eco di una linea spirituale condivisa: quella che riconosce nella sete, nella fame di senso, nella tensione verso l’oltre, non un limite da correggere ma una vocazione da accogliere. “Siamo fatti – ha proseguito il Pontefice – non per una vita dove tutto è scontato e fermo, ma per un’esistenza che si rigenera costantemente nel dono, nell’amore”.
Non si tratta, dunque, di cancellare la fame interiore con anestetici spirituali o psicologici, né di sedare l’inquietudine con “surrogati inefficaci”, come li ha definiti. È un’esortazione radicale alla verità di sé, alla capacità di non ingannarsi, di non rifugiarsi in ciò che è facile, immediato, gratificante solo in apparenza.
“Di fronte alla sete che ci abita – ha detto Leone XIV rivolto alla folla – non inganniamo il nostro cuore cercando di spegnerla con ciò che non sazia. Ascoltiamola, piuttosto! Facciamone uno sgabello su cui salire per affacciarci, come bambini, in punta di piedi, alla finestra dell’incontro con Dio”.
Parole che richiamano un’immagine evangelica e insieme poetica, che esprimono la necessità di coltivare una fede capace di slancio, non di rifugio; una fede che si confronta con la complessità del vivere e che non cerca di evadere dal reale, ma di redimerlo attraverso la speranza.
Il Pontefice ha poi rivolto un invito preciso: “Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno”. Un monito contro la mediocrità spirituale e contro l’idea che la santità sia riservata a pochi eletti o a epoche passate. In un tempo segnato dal relativismo e dalla frantumazione dei riferimenti, Leone XIV invita i giovani a essere generativi, a vivere con slancio interiore, a non spegnere la scintilla che muove all’incontro con l’Assoluto.
L’omelia, intensa e partecipata, si è conclusa con una benedizione affidata a Maria, Vergine della Speranza, e con un messaggio che è insieme mandato e promessa: “Con il suo aiuto, tornando nei prossimi giorni ai vostri Paesi, in tutte le parti del mondo, continuate a camminare con gioia sulle orme del Salvatore, e contagiate chiunque incontrate col vostro entusiasmo e con la testimonianza della vostra fede”.
Il Giubileo dei Giovani, così, si chiude lasciando dietro di sé non solo l’immagine potente di una moltitudine raccolta nella preghiera, ma anche una traccia spirituale ed esistenziale chiara: il riconoscimento che essere fragili, inquieti, in cammino, non è una condizione da correggere, ma una chiamata alla pienezza, un’apertura verso il mistero di Dio, che si lascia incontrare proprio nel cuore della nostra sete.
In un’epoca che spesso esalta l’efficienza, l’autosufficienza e la performance, il messaggio lanciato da Tor Vergata è controcorrente: non si cresce spiritualmente spegnendo la fame, ma imparando a interpretarla. E questo, forse, è il più grande dono che il Pontefice ha consegnato a questa generazione.
