15 Febbraio 2026, domenica
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Strage di Bologna, tutti contro il “terrorismo”. Ma guai a nominare il fascismo

Nel 44esimo anniversario dell’attentato alla stazione, nessuno dell’esecutivo osa dire “fascismo”. Il PD accusa Meloni di rimozione storica. L’unica a rivendicare qualcosa, come sempre, è Daniela Santanchè. Ma in direzione contraria.

Bologna– Quarantatré anni dopo l’esplosione che il 2 agosto 1980 sventrò la stazione di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone oltre 200, la verità giudiziaria è chiara: fu una strage neofascista, pianificata da estremisti neri, esecutori dei NAR, con protezioni e complicità dentro e fuori lo Stato.

Eppure, a leggere i messaggi istituzionali diffusi nel giorno della commemorazione, sembra che quella bomba sia caduta dal cielo, un fulmine estivo, un incidente del destino. L’unica parola che ritorna con insistenza è “terrorismo”. Quale? Di chi? Perché? Silenzio.

A dare voce all’indignazione è stato Marco Furfaro, deputato del Partito Democratico, che ha accusato la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni di “rimozione storica” per non aver nemmeno sfiorato la parola “fascismo”. Non è la prima volta: già in passato la Premier aveva evitato accuratamente di pronunciarla, sia in contesti istituzionali sia davanti a commemorazioni simboliche della storia repubblicana. Una linea, va detto, perfettamente coerente. In fondo, perché sorprendersi?

Il governo, nel suo insieme, mostra una particolare allergia al termine. Chiedere a un ministro di centrodestra se si definisce antifascista provoca, nella migliore delle ipotesi, un imbarazzo istituzionale; nella peggiore, una scrollata di spalle. Di antifascismo, parola chiave della Costituzione e pietra fondante della Repubblica, non si parla volentieri. Alcuni lo ritengono “una categoria ideologica superata”. Altri si rifugiano in un più vago “sono contro tutti i totalitarismi”, che permette di evitare complicazioni storiche e scelte di campo.

Un’agenda selettiva della memoria
Nel giorno in cui sarebbe bastato dire, semplicemente, ciò che le sentenze hanno già accertato – che fu un attentato di matrice neofascista – si è preferito il silenzio selettivo. La Presidente del Consiglio ha parlato di “terrorismo”, ha onorato le vittime, ha ribadito l’impegno delle istituzioni. Ma ha accuratamente evitato di nominare i responsabili ideologici della strage, come se la verità giudiziaria fosse un dettaglio secondario.

Furfaro ha commentato: “È un gesto gravissimo. Uno sfregio alla verità. Un insulto alle vittime, ai loro familiari, ai magistrati che hanno indagato per decenni”. Ma più che uno sfregio, sembra ormai una consuetudine. Una strategia comunicativa studiata, rodata, reiterata.

Chi tace e chi (orgogliosamente) rivendica
E mentre da Palazzo Chigi si resta prudentemente zitti su certe parole, c’è un’unica figura dell’esecutivo che sulla questione identitaria non ha mai avuto esitazioni: la ministra del Turismo Daniela Santanchè.

Non solo non evita il termine “fascismo”, ma in più occasioni pubbliche – convegni, ha dichiarato con orgoglio di essere fascista. Non “post”, non “neo”, ma proprio fascista. Una scelta di chiarezza, se vogliamo, che almeno ha il merito della trasparenza. Per qualcuno una provocazione, per altri una coerenza. Per il resto del governo, un imbarazzo non dichiarato. Nessuno la smentisce, nessuno la corregge.

Dunque, si ha un paradosso istituzionale curioso: mentre le alte cariche dello Stato evitano di nominare il fascismo persino per condannarne le derive più violente e sanguinose, c’è chi lo rivendica senza ambiguità. E resta al proprio posto, senza conseguenze.

Il peso delle parole (non dette)
Nell’Italia di oggi, dire “antifascismo” è diventato più divisivo che negarlo. La parola che un tempo univa, che rappresentava la linea di demarcazione morale della Repubblica, oggi pare appartenere solo a una parte politica. Il fascismo, invece, è trattato come una parola proibita: citata solo quando la storia lo impone, evitata quando la politica lo consiglia.

Eppure, il 2 agosto è una data che non concede ambiguità. Non si tratta di interpretazioni, ma di fatti, sentenze, prove. La bomba di Bologna fu collocata da esponenti della destra eversiva. Dietro di loro si mosse un sistema di protezioni, depistaggi e connivenze che hanno tenuto l’Italia ostaggio della strategia della tensione per due decenni. Rimuovere quel contesto equivale a svuotare la memoria di contenuto.

Nel frattempo, ogni anno, i familiari delle vittime scendono in piazza, leggono nomi, chiedono verità. Una verità che esiste, ma che viene ricordata solo a metà. Perché se nessuno, tra i rappresentanti dello Stato, ha il coraggio di nominarne la causa ideologica, allora quella verità resta mutilata.

Conclusione (amara)
La strage di Bologna, come molte altre, fu un atto terroristico. Ma fu anche – e soprattutto – un atto fascista. Negarlo o ometterlo non cambia la storia. Ma la dice lunga sulla politica. E anche quest’anno, come da tradizione, si è scelto il silenzio. Con l’eccezione, certo, della ministra Santanchè, che almeno in fatto di definizioni non ha mai avuto esitazioni. Peccato che le sue siano nel senso opposto a quello della Costituzione.

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