Nel giorno in cui la Corte di giustizia dell’Unione europea ha certificato l’incompatibilità del modello Italia-Albania con i principi del diritto europeo, le opposizioni parlamentari – dal Movimento 5 Stelle al Partito Democratico – alzano il tono dello scontro contro il governo Meloni, accusandolo apertamente di aver costruito attorno ai centri per migranti in territorio albanese un impianto propagandistico fallimentare, non solo sul piano dell’efficacia ma anche su quello della legalità e del rispetto dei diritti umani.
La condanna più aspra arriva da Chiara Appendino, vicepresidente del M5S, che affida ai social una requisitoria durissima: «Ci avevano detto che i centri in Albania sarebbero stati un simbolo, un modello. Dovevano fermare le partenze? Non è successo. Dovevano essere un deterrente contro gli sbarchi in Italia? Non è successo. Dovevano accelerare i rimpatri? Non è successo. Dovevano rappresentare le politiche migratorie del governo Meloni? Su questo nulla da eccepire: lo sono davvero, ma nel senso peggiore. Sono il simbolo di un clamoroso fallimento».
Secondo Appendino, l’intero progetto si è rivelato una colossale operazione di spreco: un miliardo di euro di risorse pubbliche, equivalenti a 114.000 euro al giorno, sottratti a scuola, sanità e sostegno alle imprese, per un’infrastruttura rimasta pressoché vuota e priva di impatto tangibile sui flussi migratori. «Dopo anni di proclami su blocchi navali e ‘stop ai migranti’, la realtà è un’altra: oltre 250.000 arrivi, flussi in aumento, bocciatura in sede europea. Ora cercano capri espiatori nella magistratura, ma la verità è una sola: dovrebbero chiedere scusa».
Le critiche si allargano al sistema dei CPR (Centri di permanenza per il rimpatrio), di cui quelli in Albania rappresentano una versione extraterritoriale e anomala. Marta Bonafoni, coordinatrice della segreteria nazionale del Partito Democratico, evidenzia come «i CPR siano luoghi disumani, in contrasto con il diritto internazionale, costruiti su propaganda e non su soluzioni strutturali». In un commento secco, afferma: «I CPR non funzioneranno».
L’europarlamentare Sandro Ruotolo rincara la dose, accusando l’esecutivo di confondere sistematicamente il concetto di legalità con quello di ordine pubblico, a discapito del diritto d’asilo: «Avevamo ragione noi: chi costruisce muri invece di garantire diritti, chi calpesta il diritto d’asilo per paura, oggi deve rendere conto politicamente e giuridicamente».
Anche Piero De Luca, capogruppo PD in Commissione Politiche UE della Camera, sottolinea l’inadeguatezza giuridica e strategica del cosiddetto “modello Albania”: «Era chiaro fin dall’inizio che l’accordo fosse in contrasto con il diritto internazionale e con l’architettura normativa europea. Non ha aumentato la sicurezza, ha generato solo violazioni e confusione». De Luca parla di «una propaganda fallimentare», smascherata oggi dall’intervento della Corte di giustizia di Lussemburgo.
L’intervento più articolato, sul piano giuridico e lessicale, arriva infine da Marwa Mahmoud, esponente della segreteria nazionale del PD: «La Corte europea ha sancito ciò che già sapevamo: i CPR in Albania sono strumenti disumani. Il linguaggio usato dalla premier – che continua a definire ‘illegali’ persone la cui unica colpa è fuggire da guerre, miseria e persecuzioni – è inaccettabile e lesivo della dignità umana». Mahmoud conclude con un appello, o forse un auspicio disilluso: «Se Giorgia Meloni rispettasse il diritto internazionale, fermerebbe il protocollo con l’Albania. Ma temiamo che non accadrà. Per fortuna, però, c’è ancora un giudice a Lussemburgo».
La sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea rappresenta un colpo durissimo alla narrativa del governo sul tema dell’immigrazione. Il piano presentato come soluzione innovativa per contrastare gli sbarchi e accelerare i rimpatri si è rivelato, nei fatti, inefficace sul piano operativo e insostenibile su quello giuridico. Il tutto mentre il Mediterraneo continua a essere teatro di migliaia di traversate, spesso tragiche, e l’Italia resta in prima linea, senza una strategia europea condivisa, ma con una retorica interna che, secondo le opposizioni, si è tramutata in costoso e pericoloso isolamento.
