Il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, ha ufficialmente ritirato le dimissioni presentate all’inizio della settimana, ma lo ha fatto senza rinunciare alla propria linea di fermezza nei confronti dell’Accordo di Programma sul futuro dello stabilimento siderurgico ex Ilva. Lo ha annunciato poche ore prima dell’incontro convocato al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, dichiarando la propria intenzione di non firmare il documento in discussione, ritenendolo insufficiente sotto il profilo ambientale e irrispettoso della volontà della comunità tarantina.
“Al ministro dirò che l’accordo, così com’è, non ci soddisfa. Pertanto, io non lo firmerò”, ha spiegato Bitetti in un video pubblicato sulla propria pagina Facebook poco prima di entrare al Mimit. E ha aggiunto: “Proporrò il rinvio della seduta, affinché si possano valutare alternative serie e credibili che tengano conto della salute dei cittadini e della sostenibilità ambientale”.
La posizione del sindaco è netta: il cuore del problema resta l’area a caldo dell’acciaieria, da anni al centro di una delle crisi industriali, ambientali e sanitarie più gravi del Paese. Per Bitetti, ogni intesa sul futuro del sito produttivo di Taranto deve prevederne la progressiva ma definitiva eliminazione. “Vogliamo la chiusura dell’area a caldo. Non è uno slogan, ma un impegno concreto verso la decarbonizzazione dello stabilimento. La transizione ecologica non può restare sulla carta”, ha ribadito.
Nel corso della giornata, il primo cittadino ha anche reso noto di aver presentato querela per quanto accaduto il 28 luglio scorso, quando è stato oggetto di forti contestazioni da parte di alcuni attivisti ambientalisti. “Non accetto quei metodi. Le proteste devono essere ascoltate, ma violenza, minacce e intimidazioni vanno condannate senza esitazione”, ha dichiarato, chiarendo che le sue dimissioni non erano dettate da motivazioni politiche, ma rappresentavano un gesto simbolico per stigmatizzare l’escalation verbale e fisica di parte del dibattito pubblico.
Bitetti ha comunque ottenuto il pieno sostegno della maggioranza consiliare, che gli ha rinnovato la fiducia con un documento unitario. “La coalizione è solida. Questo è il momento della responsabilità istituzionale e del confronto serrato, non della resa”, ha precisato.
L’incontro al Mimit, avviato nel pomeriggio, riunisce tutte le principali istituzioni coinvolte nel percorso di reindustrializzazione e riconversione ambientale dell’ex Ilva. Al tavolo siedono, oltre al ministro Adolfo Urso, anche il titolare dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia (ADI) e Ilva in amministrazione straordinaria, nonché – in collegamento – i rappresentanti del Ministero della Salute, il presidente della Provincia di Taranto Gianfranco Palmisano, il sindaco di Statte Fabio Spada e il commissario dell’Autorità Portuale del Mar Ionio Giovanni Gugliotti.
Il contesto in cui si inserisce questa fase negoziale è delicato. Lo stabilimento ex Ilva è da tempo al centro di un equilibrio precario tra esigenze di produzione industriale, tutela occupazionale e salvaguardia della salute pubblica. L’impianto rappresenta una delle realtà produttive più rilevanti d’Europa, ma anche uno dei nodi più drammatici dell’emergenza ambientale italiana. Numerosi studi scientifici, inchieste giudiziarie e rilevazioni epidemiologiche hanno evidenziato le gravi conseguenze sanitarie prodotte dalle emissioni della produzione a caldo.
Il dibattito sulla transizione ecologica dell’acciaieria, e più in generale sull’intero comparto siderurgico italiano, è oggi arrivato a un bivio. Da una parte, la necessità di riconversione tecnologica, decarbonizzazione e rispetto degli standard ambientali europei; dall’altra, la tenuta occupazionale di un territorio già segnato da una lunga stagione di crisi industriale e sociale.
Il sindaco Bitetti ha posto il punto con chiarezza: “È finito il tempo delle scelte calate dall’alto che umiliano Taranto rendendola zona di sacrificio. Di sacrifici ne abbiamo fatti fin troppi, e la salute e l’ambiente non possono più essere immolati sull’altare del profitto e dell’interesse nazionale”.
La sua posizione segna un cambio di passo nei rapporti tra istituzioni locali e governo centrale, e ribadisce che il consenso sociale non può più essere dato per scontato. La città di Taranto, già provata da decenni di promesse non mantenute e da cicli di proteste e repressioni, chiede oggi un nuovo paradigma di sviluppo, fondato su un’economia non più estrattiva, bensì rigenerativa.
Il nodo della decarbonizzazione, evocato nel titolo stesso dell’Accordo di Programma, rappresenta un obiettivo di lungo periodo, ma l’assenza di una roadmap credibile e vincolante rende al momento difficile una piena adesione da parte dei soggetti territoriali. Il rischio, più volte denunciato da cittadini, associazioni e amministratori, è che si perpetui una gestione dell’ex Ilva fondata sulla proroga dell’emergenza, senza una reale pianificazione industriale e ambientale.
Mentre il governo cerca di stringere i tempi per giungere a una firma condivisa, il sindaco di Taranto chiede tempo per costruire alternative sostenibili e realistiche, che non siano scritte a Roma e imposte alla città, ma che partano da Taranto e rispondano alla sua storia, alle sue ferite e al suo diritto a un futuro dignitoso.
Non è solo una questione di fabbrica. È una questione di democrazia, di partecipazione e di equità territoriale. Taranto oggi non chiede privilegi. Chiede rispetto.
