Nel cuore di un’estate che mette a nudo la fragilità strutturale del tessuto industriale italiano, si riaccende un confronto acceso sulle sorti di Iveco, storica azienda manifatturiera nel settore dei veicoli industriali, con profonde radici nel Nord e nel Sud del Paese. A sollevare il caso, intervenendo in Aula, è stata la vicepresidente del Movimento 5 Stelle, Chiara Appendino, che ha rivolto un appello diretto al ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, affinché riferisca in Parlamento in merito alle indiscrezioni sulla possibile cessione dell’azienda da parte di Exor, la holding della famiglia Agnelli-Elkann.
“Ci troviamo di fronte all’ennesimo, triste copione”, ha dichiarato Appendino. “Da un lato la famiglia Agnelli-Elkann che si vuole liberare di un altro pezzo della nostra industria, dall’altro un governo che minimizza e, anzi, si affretta a dire che non si tratta di una delocalizzazione e che tutto va bene”.
La questione ruota attorno alle indiscrezioni sempre più insistenti riguardo a trattative avviate da Exor, azionista di controllo della multinazionale CNH Industrial da cui Iveco è stata separata nel 2022, per cedere il marchio Iveco a soggetti esteri. L’operazione, se confermata, rappresenterebbe l’ennesimo passaggio di mano di un’azienda storicamente italiana, oggi quotata ma già sottoposta, nel corso degli ultimi decenni, a una progressiva finanziarizzazione e riorganizzazione su scala globale.
Nel suo intervento, Appendino ha puntato il dito contro quello che ha definito un “brutto spezzatino targato Exor”, criticando duramente la strategia della holding della famiglia Agnelli, accusata di agire con logica finanziaria e di massimizzazione dei dividendi, senza riguardo per le filiere industriali e l’indotto occupazionale che Iveco rappresenta nel nostro Paese.
L’azienda, con circa 6.000 addetti a Torino, 2.400 a Suzzara, 1.600 a Brescia e 1.500 a Foggia, costituisce uno snodo nevralgico non solo per l’industria automobilistica, ma per intere aree produttive che gravitano attorno alla produzione di veicoli commerciali, con un tessuto di piccole e medie imprese che forniscono componentistica, manutenzione, servizi logistici e ingegneristici.
Appendino non ha risparmiato critiche neppure al governo, accusato di tenere un atteggiamento attendista e formale: “Il ministro Urso venga in Aula, tiri fuori il patriottismo e ci dica come intende difendere l’italianità di Iveco. Le risposte non le deve a me, ma alle migliaia di lavoratori coinvolti e alle imprese che ogni giorno tengono in piedi l’economia reale di questo Paese”.
Particolarmente tagliente è stata la chiosa finale del suo intervento: “Al Ministro non basta scrivere ‘Made in Italy’ fuori dalla porta del suo dicastero: ogni tanto dovrebbe anche difenderlo, questo Made in Italy”.
L’affondo della vicepresidente del Movimento 5 Stelle apre una questione che va oltre il singolo caso Iveco e tocca un nodo strutturale: l’assenza, o comunque la fragilità, di una politica industriale nazionale in grado di orientare le scelte strategiche delle grandi holding e di garantire un controllo sulle dinamiche di dismissione degli asset produttivi strategici. La progressiva dismissione della componente manifatturiera, l’indebolimento della presenza nazionale nei settori chiave, la perdita di controllo sulle filiere industriali non sono fenomeni nuovi, ma ciò che colpisce oggi è la frequenza e la normalizzazione con cui avvengono.
In questo senso, l’appello di Appendino, pur con toni fortemente critici, si inserisce in un dibattito più ampio che riguarda il destino dell’industria italiana e il ruolo dello Stato: se spettatore passivo delle scelte delle grandi famiglie imprenditoriali e dei mercati finanziari, oppure attore capace di incidere, regolare, orientare e — quando necessario — intervenire per tutelare ciò che resta della base produttiva nazionale.
Non è solo una questione di posti di lavoro, sebbene questi siano fondamentali. È una questione di autonomia strategica, di coerenza con le dichiarazioni di principio che accompagnano ogni riferimento al “Made in Italy”, troppo spesso ridotto a etichetta simbolica, senza contenuto sostanziale.
Ora, con Iveco al centro del dibattito, si attende una risposta chiara dal governo. E soprattutto, dai fatti.
