Nella notte tra lunedì e martedì, in silenzio e senza alcun annuncio pubblico, il governo italiano ha inviato a Bruxelles la richiesta formale per accedere al fondo SAFE, lo strumento europeo pensato per finanziare, tramite prestiti a lunghissimo termine, la produzione e l’acquisto di armamenti nell’ambito del piano ReArm Europe. Un atto formale ma pesante: significa impegnare lo Stato a contrarre debiti rimborsabili nell’arco di 45 anni, per rafforzare l’industria della difesa.
Il momento scelto per agire non è stato casuale. Il vertice decisivo — convocato nella primissima mattinata di lunedì, lontano dai riflettori — ha riunito a Palazzo Chigi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, i due vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro della Difesa Guido Crosetto e altri membri dell’esecutivo. Al termine del confronto, la lettera è partita in direzione Commissione Europea, proprio nelle ultime ore utili per non perdere l’accesso al fondo SAFE.
Il fondo, fortemente voluto dalla presidente Ursula von der Leyen, si inserisce nel piano europeo per il riarmo in risposta alla guerra in Ucraina, al declino dell’ombrello NATO a trazione americana e, soprattutto, all’esigenza dell’Unione di dotarsi di una maggiore autonomia strategica nel settore della difesa. Ma la mossa italiana va letta anche in chiave economica: il riarmo europeo viene, di fatto, utilizzato da Palazzo Chigi per controbilanciare l’impatto economico dei dazi americani, che stanno colpendo duramente alcuni comparti industriali italiani.
In altre parole, Meloni ha scelto la strada del debito pluridecennale — e per molti versi invisibile, poiché diluito nel tempo — per sostenere settori industriali strategici messi sotto pressione dalla crisi internazionale. Una scelta che aggira le difficoltà del bilancio statale, ma che apre a lungo termine una nuova falla nei conti pubblici.
Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. Durissima la critica di Chiara Appendino, vicepresidente del Movimento 5 Stelle, che in un post pubblicato sui propri canali social ha denunciato il metodo e il merito della decisione:
“Vergognoso: lo hanno fatto di notte, all’ultimo giorno utile per fare richiesta alla loro amica Von der Leyen. Codardi e guerrafondai fino in fondo: scaricano altri debiti sulle spalle dei cittadini per ingrassare chi produce armi. E al mattino ci svegliamo fregati, di nuovo”, ha scritto. E ha aggiunto: “Ci opporremo con tutte le forze a questa politica con l’elmetto in testa, che taglia il welfare per finanziare la guerra.”
L’operazione SAFE, nelle intenzioni del governo, rappresenta un passo verso l’integrazione industriale europea e il rafforzamento dell’autonomia strategica dell’UE. Ma per l’opposizione è un colpo di mano: fatto nel buio, all’ultimo momento, per evitare il confronto pubblico. E soprattutto, ancora una volta, a carico dei contribuenti italiani.
Il tutto, in un contesto economico in cui si continua a parlare di tagli alla spesa sociale, alla sanità e all’istruzione. Mentre si spalancano — zitti zitti, e a porte chiuse — i cancelli del debito per la guerra.
