Dopo mesi di cauta ambiguità, Londra rompe gli indugi: il Regno Unito intende riconoscere formalmente lo Stato di Palestina entro il mese di settembre, in prossimità dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Lo ha annunciato il premier britannico Keir Starmer, accogliendo la crescente pressione di esponenti del Partito Laburista, in particolare di ministri e parlamentari che da tempo chiedevano una svolta nella politica estera verso il Medio Oriente.
Il riconoscimento – ha precisato Starmer – avverrà salvo che Israele non intraprenda “misure sostanziali” per porre fine a quella che ha definito “una situazione spaventosa” nella Striscia di Gaza. Il riferimento è al prolungato conflitto israelo-palestinese, giunto al giorno 663, con una scia di distruzione e un bilancio umanitario che ha suscitato condanne internazionali e un crescente isolamento diplomatico per il governo di Tel Aviv.
Immediata e aspra la reazione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha definito la mossa britannica un atto di “premio al terrorismo mostruoso di Hamas” e un segnale pericoloso a livello internazionale. “Starmer punisce le vittime e incoraggia i carnefici. Uno Stato jihadista al confine con Israele oggi sarà una minaccia anche per la Gran Bretagna domani”, ha dichiarato il leader israeliano, ribadendo l’equivalenza tra la causa palestinese e l’azione armata del movimento islamista, che Israele e altri Paesi occidentali considerano un’organizzazione terroristica.
Nel frattempo, da Gerusalemme giunge una parziale rettifica rispetto alle posizioni più estreme espresse negli scorsi mesi da alcuni ministri del governo Netanyahu. In particolare, un membro dell’esecutivo ha smentito apertamente le affermazioni del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, leader del partito ultranazionalista Sionismo Religioso, secondo il quale l’annessione permanente di Gaza sarebbe un obiettivo legittimo di Israele dopo la fine delle ostilità.
“La possibilità di annettere la Striscia di Gaza non è sul tavolo”, ha affermato il ministro, chiedendo riservatezza sull’identità e tentando così di smorzare il clima infuocato a livello diplomatico. Tuttavia, tale affermazione si scontra con una realtà consolidata: la presenza militare, il controllo dei confini, dello spazio aereo e marittimo, nonché la gestione indiretta delle risorse fondamentali, di fatto hanno reso Gaza un territorio sotto dominio israeliano anche dopo il ritiro formale del 2005.
Il dibattito internazionale su Gaza e sul riconoscimento dello Stato palestinese si colloca in un momento di transizione globale sul piano geopolitico. Sempre più Paesi, soprattutto nel Sud globale, ma anche in Europa, chiedono un superamento dell’approccio binario al conflitto. La decisione del governo Starmer, che si distingue dalla prudenza dei precedenti esecutivi britannici, si inserisce in questo scenario, cercando di restituire al Regno Unito un ruolo di mediazione internazionale, ma non senza rischi di polarizzazione.
A quasi due anni dall’ultima escalation, Gaza continua a essere un epicentro di sofferenza e tensioni, con una popolazione civile stremata e priva di prospettive. Il riconoscimento di uno Stato palestinese da parte di un Paese membro permanente del Consiglio di Sicurezza ONU rappresenterebbe un cambio di passo politico e simbolico di grande impatto. Tuttavia, senza un processo di pace effettivo, resta il rischio che si tratti di un gesto più diplomatico che risolutivo.
