2 Luglio 2026, giovedì
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Web tax europea in stand-by: Bruxelles congela la proposta per evitare attriti con Washington

Nelle trattative transatlantiche sui dazi, l’Unione Europea sospende l’iniziativa sulla digital tax per agevolare il dialogo con gli Stati Uniti. Resta saldo, però, l’impianto regolatorio DSA-DMA, che continua a irritare le Big Tech.

Nel delicato equilibrio diplomatico tra Bruxelles e Washington, la questione fiscale sulle multinazionali digitali torna a essere terreno di trattativa. Secondo fonti vicine ai negoziati in corso tra Unione Europea e Stati Uniti sul tema dei dazi, l’ipotesi di una web tax continentale sarebbe stata temporaneamente accantonata. Una sospensione strategica, che mira a evitare nuove frizioni con l’amministrazione americana — da sempre sensibile alle istanze delle grandi piattaforme tecnologiche a stelle e strisce.

L’Unione aveva da tempo messo sul tavolo l’idea di una digital tax comune, volta a riequilibrare un assetto fiscale considerato inadeguato rispetto ai profitti generati dalle Big Tech nel mercato unico. Tuttavia, con il ritorno delle tensioni commerciali transatlantiche — e in particolare con la possibilità di un inasprimento dei dazi reciproci — la priorità sembra essere passata alla stabilizzazione dei rapporti bilaterali, anche in vista delle prossime scadenze elettorali statunitensi.

L’amministrazione americana, soprattutto durante la presidenza Trump, ha esercitato pressioni costanti contro ogni forma di tassazione unilaterale sui colossi del web, ritenendola una misura discriminatoria nei confronti delle imprese statunitensi. Un’opinione che ha trovato eco in alcuni Stati membri più cauti rispetto all’introduzione di nuovi strumenti fiscali sovranazionali.

Diversa è invece la posizione europea su un altro fronte, quello regolatorio. I due principali strumenti normativi adottati dall’UE negli ultimi anni per disciplinare lo spazio digitale — il Digital Services Act (DSA) e il Digital Markets Act (DMA) — restano saldamente in vigore, e rappresentano la risposta di Bruxelles alle crescenti preoccupazioni su concorrenza sleale, uso dei dati, diffusione di contenuti illeciti e responsabilità delle piattaforme.

Queste leggi, entrate in vigore tra il 2023 e il 2024, introducono obblighi stringenti per le cosiddette “gatekeeper platforms” e rafforzano i poteri delle autorità europee nel contrastare abusi di posizione dominante e opacità algoritmica. Non a caso, proprio DSA e DMA sono stati oggetto di ripetute critiche da parte delle principali aziende tech americane, e costituiscono tuttora un nervo scoperto nelle relazioni commerciali tra le due sponde dell’Atlantico.

Il messaggio che arriva da Bruxelles, però, è chiaro: se sulla fiscalità l’Europa può concedere una tregua tattica, sulla regolamentazione dei mercati digitali non intende arretrare. Una scelta che riflette, oltre a una diversa sensibilità politica, anche la volontà di affermare un modello europeo di governance del digitale, improntato alla tutela dei diritti fondamentali e alla salvaguardia della concorrenza.

In definitiva, il rinvio della digital tax non rappresenta un passo indietro definitivo, ma una sospensione tattica in un contesto geopolitico complesso, dove la stabilità economica e la cooperazione internazionale sembrano per ora prevalere sull’urgenza di un riequilibrio fiscale. Ma il confronto, in un mondo sempre più interconnesso e governato dalle regole della tecnologia, è tutt’altro che concluso.

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