Open Arms, la Procura rilancia: ricorso diretto in Cassazione contro l’assoluzione di Matteo Salvini. Al centro il diritto internazionale e l’obbligo di assegnare un porto sicuro
La vicenda giudiziaria che ruota attorno al caso Open Arms è tutt’altro che chiusa. A distanza di mesi dalla sentenza con cui il Tribunale di Palermo ha assolto Matteo Salvini, all’epoca dei fatti Ministro dell’Interno, la Procura del capoluogo siciliano ha presentato ricorso diretto in Cassazione, impugnando il verdetto di proscioglimento pronunciato il 20 dicembre 2023.
L’azione della Procura, che ha optato per un ricorso “per saltum”, consente di saltare il giudizio di secondo grado e portare il caso direttamente all’attenzione della Suprema Corte, che si esprime esclusivamente sulla legittimità giuridica della sentenza, senza entrare nel merito dei fatti. Un segnale chiaro della convinzione dei magistrati circa l’esistenza di una questione di diritto rilevante e decisiva.
Le accuse: sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio
Al centro del procedimento vi è la gestione da parte di Salvini, nell’agosto del 2019, della nave umanitaria Open Arms, battente bandiera spagnola, con a bordo oltre 140 migranti soccorsi in mare. Il leader leghista era accusato di aver trattenuto illegittimamente i naufraghi impedendo lo sbarco a Lampedusa per diversi giorni, rifiutando di concedere l’assegnazione di un Porto Sicuro (Pos).
Secondo l’impianto accusatorio, quell’azione costituiva sequestro di persona plurimo e rifiuto di atti d’ufficio, con l’aggravante della violazione di convenzioni internazionali a tutela dei diritti umani e del soccorso in mare. Il collegio giudicante, però, aveva assolto Salvini perché il fatto non costituisce reato, motivando la decisione sulla base della mancanza di obblighi giuridici vincolanti da parte dell’Italia nei confronti della nave spagnola.
La Procura: “Il verdetto ignora il quadro normativo internazionale”
Nel ricorso presentato alla Corte di Cassazione, i pubblici ministeri palermitani sostengono che la sentenza di assoluzione non ha contestato la ricostruzione dei fatti fornita dall’accusa, riconoscendo dunque che il trattenimento forzato dei migranti è avvenuto. Tuttavia, secondo i magistrati, i giudici hanno erroneamente interpretato le leggi italiane e le convenzioni internazionali, in particolare quelle relative al diritto del mare, al soccorso e all’obbligo di protezione dei naufraghi.
Il fulcro del ricorso riguarda dunque la lettura giuridica del concetto di “porto sicuro”, e la presunta responsabilità dello Stato italiano nell’autorizzare lo sbarco di persone in pericolo. Una questione tecnica e delicata, che la Cassazione dovrà ora esaminare per stabilire se la sentenza di assoluzione sia viziata da errori di diritto tali da renderla annullabile.
La reazione di Salvini: “Difendere i confini non è un reato”
Matteo Salvini, oggi vicepremier e ministro delle Infrastrutture, ha commentato la notizia del ricorso con il consueto tono assertivo:
“Difendere l’Italia e i suoi confini non è un reato”, ha scritto sui social, ribadendo la propria convinzione che la sua condotta rientrasse pienamente nei poteri ministeriali e fosse finalizzata al contrasto dell’immigrazione illegale.
Una posizione coerente con quella mantenuta per tutta la durata del processo, in cui l’ex ministro ha sempre rivendicato la scelta politica di chiudere i porti alle navi umanitarie, inserendola nel contesto delle decisioni di governo.
Piantedosi: “Mi dispiace per Salvini. Mi sento moralmente imputabile anche io”
A esprimere solidarietà a Salvini è intervenuto anche l’attuale ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che all’epoca dei fatti ricopriva il ruolo di capo di gabinetto al Viminale, proprio sotto la guida dell’allora titolare del dicastero.
“Mi dispiace molto per questa notizia, mi ha colpito molto. Ho vissuto quella stagione da vicino e rivendico l’azione compiuta per contrastare l’immigrazione illegale, un fenomeno non dissimile dalle mafie,” ha affermato Piantedosi, aggiungendo: “Mi ritengo moralmente imputabile anche io.”
Una dichiarazione che sottolinea il coinvolgimento politico e istituzionale più ampio dell’azione ministeriale oggetto del procedimento.
Una vicenda emblematica tra diritto, politica e immigrazione
Il caso Open Arms, oltre ad avere rilevanza penale, continua a essere uno snodo cruciale nel dibattito nazionale sul governo dei flussi migratori, sulla divisione di responsabilità tra Stati europei, e sul rapporto tra diritto internazionale e scelte sovrane. Il ricorso della Procura di Palermo, puntando direttamente alla Corte di Cassazione, riaccende i riflettori su temi giuridici di primo piano, destinati a fare giurisprudenza.
La pronuncia della Suprema Corte – che potrebbe arrivare nel 2026 – sarà determinante non solo per la posizione personale di Salvini, ma anche per chiarire il perimetro legale delle prerogative ministeriali in materia di sicurezza e immigrazione, e il peso degli obblighi internazionali nella gestione delle crisi umanitarie in mare.
Il confine, come spesso accade in questi casi, non è solo geografico. È giuridico, politico e morale. E resta tutto da definire.
